Drawing by a Senegalese man on display at the Villa Sikania reception center in Sicily, Italy.

(Bruxelles) – Gli sforzi dell’Unione europea per arginare il flusso migratorio dalla Libia rischiano di condannare migranti e richiedenti asilo alla violenza di funzionari governativi, milizie, e gruppi criminali libici, ha detto oggi Human Rights Watch. Tra gli abusi recentemente documentati vi sono torture, stupri e uccisioni in squallidi centri di detenzione dove i migranti, compresi gli individui intercettati in mare dalla Guardia costiera libica, sono detenuti.

Il 20 giugno 2016 l’Ue ha esteso le proprie operazioni navali, per contrastare il traffico di esseri umani nel Mediterraneo centrale, all’addestramento della Guardia costiera e della Marina libica, le quali stanno intercettando imbarcazioni e rinviando migranti e richiedenti asilo verso la Libia. Su richiesta dell’Ue, la NATO ha approvato durante il summit di Varsavia dell’8 e 9 luglio una operazione di supporto all’Ue nel Mediterraneo centrale.

“L’Ue non sta effettuando rinvii verso la Libia, sapendo che questi sono illegittimi, quindi vuole subappaltare il lavoro sporco alle forze libiche,” ha detto Judith Sunderland, direttore associato per Europa e Asia Centrale a Human Rights Watch. “L’Ue, praticamente, sta incaricando le forze libiche – e  presto con l’aiuto della NATO – di aiutare a sigillare i confini dell’Europa.”

Al momento, non è permesso alle navi dell’Ue e della NATO di operare nelle acque territoriali libiche. L’Ue ha riconosciuto che, in virtù del diritto internazionale, non può rinviare in Libia le persone soccorse in acque internazionali a causa dell’estremo pericolo cui andrebbero incontro in quel Paese.

Migrants on a boat that they tried to take to Italy, after being detained at a Libyan Navy base in Tripoli on September 20, 2015.

© 2015 Reuters

A giugno, Human Rights Watch ha intervistato 47 persone in Sicilia, 23 donne and 24 uomini, che avevano viaggiato di recente dalla Libia all’Italia su imbarcazioni di trafficanti. Gli intervistati – provenienti da Camerun, Costa d’Avorio, Eritrea, Gambia, Guinea, Nigeria, Senegal, e Sudan – hanno detto di aver lasciato le proprie case in fuga da persecuzioni come servizio militare vessante, per fuggire da matrimoni forzati o per cercare istruzione e lavoro. Hanno descritto gravi violenze in Libia da parte di funzionari governativi, trafficanti, membri di milizie e bande criminali, e talora di collaborazione tra funzionari e trafficanti. L’illegalità dilagante e la violenza in tutta la Libia hanno convinto coloro che vi erano andati per lavoro, a tentare il pericoloso attraversamento del mare verso l’Europa. 

“In Libia fanno come gli pare, perché non c’è legge, non c’è niente,” ha detto un gambiano di 31 anni il quale ha raccontato a Human Rights Watch di come dei criminali hanno stuprato sua moglie.  

Otto persone tra quelle intervistate hanno raccontato di vari episodi in cui le forze dell’ordine libiche, che ritengono essere la Guardia costiera o la Marina, hanno intercettato le loro imbarcazioni, e di essere stati riportati con altri passeggeri sulla terraferma, a volte anche picchiati. Una volta a terra, sono stati tenuti in centri di detenzione insieme ad altre persone catturate per essere entrate in Libia in modo irregolare via terra, o per mancanza di permesso di soggiorno.

La maggior parte dei centri sono gestiti dal Dipartimento per la lotta alle Migrazioni Illegali (DCIM), che risponde al Ministro dell’interno, il quale è controllato, nominalmente, dal governo di unità nazionale sostenuto dalle Nazioni Uniti e riconosciuto dall’Ue, uno dei tre governi in concorrenza per il controllo della Libia. Secondo una task force internazionale che visita le strutture, il DCIM gestisce all’incirca 20 centri, la maggior parte dei quali nella Libia occidentale, all’interno dei quali sono tenute circa 3500 persone. Milizie e trafficanti controllano molti altri centri di detenzione non ufficiali.

Le condizioni nei centri di Tripoli, Zawiya, e Subratha controllati dal DCIM erano agghiaccianti, secondo ex-detenuti. Hanno raccontato di sovraffollamento estremo, celle sudicie, e cibo insufficiente. Tra gli abusi riportati vi sono uccisioni, percosse, lavoro forzato, e violenze sessuali contro uomini e donne.

Migrants at a detention center after they were detained by the Libyan authorities in Tripoli on September 17, 2015.

© 2015 Reuters

“Guyzo,” un camerunense di 40 anni, ha detto di essere stato detenuto nella città meridionale di Sebha nel dicembre 2014 per non avere il permesso di residenza e di aver passato, in tre centri diversi, un anno in detenzione, del quale gli ultimi sei mesi a Tripoli:

Era disumano lì. Ho molte cicatrici…. Sei uomini si sono impiccati nella mia cella. [Erano] quelli che erano stati sodomizzati, e non ce la facevano più. A me [lo stupro] è successo sette volte. Quattro o cinque uomini alla volta, che mi picchiavano per immobilizzarmi. Se fai resistenza, ne chiamano altri per picchiarti ancora di più. 

In aggiunta alle violenze fisiche, tutti gli ex-detenuti hanno raccontato che nessuno li ha portati di fronte a un giudice o gli ha permesso di impugnare la detenzione. Una detenzione prolungata senza controllo giurisdizionale equivale a detenzione arbitraria ed è proibita dal diritto internazionale.

Quattro persone hanno descritto violenze e manovre pericolose in mare da parte della Guardia costiera. In un caso, un’imbarcazione delle forze dell’ordine ha fatto mulinelli ad alta velocità intorno a un gommone, causando panico. Una donna nigeriana, a bordo, è morta schiacciata.

Dato il caos e la violenza in Libia, l’UNHCR, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, ha fatto appello a tutti i Paesi, nell’ottobre del 2015, di “permettere ai civili in fuga dalla Libia (cittadini libici, residenti abituali in Libia, e cittadini di Paesi terzi) di entrare nel proprio territorio.”

Le politiche dell’Ue che di fatto impediscono a migranti e richiedenti asilo di lasciare la Libia, o che li rinviano in Libia verso gravi violenze, contraddicono lo spirito dell’appello dell’UNHCR e violano il diritto internazionale, ha detto Human Rights Watch. L’articolo 12(2) della Convenzione internazionale sui diritti civili e politici garantisce alle persone di lasciare qualsiasi Paese, compreso il proprio. 

L’Ue dovrebbe far sì che niente del proprio addestramento, finanziamento o assistenza materiale alla Guardia costiera libica e altre autorità libiche finisca per peggiorare le violazioni dei diritti umani, ha detto Human Rights Watch. L’Ue dovrebbe sostenere monitoraggio e la pubblicazione di relazioni da parte di osservatori internazionali, comprese le Nazioni Unite e le agenzie dell’Ue, sulle strutture di detenzione in Libia, anche dei centri dove sono tenuti quanti sono stati soccorsi o intercettati dalla Guardia costiera libica. L’Ue dovrebbe anche fare pressioni sulle autorità libiche per porre fine agli abusi durante la detenzione, offrire alternative alla detenzione di immigrati, e ratificare la convenzione sui rifugiati del 1951. 

Per assistere i libici, così come i non libici, l’Ue e i suoi stati membri dovrebbero finanziare con generosità la risposta umanitaria in Libia, ha dichiarato Human Rights Watch. Fino ad Aprile 2016, l’appello umanitario delle Nazioni Unite ha ricevuto solo il 18.2 per cento dei 165.6 milioni di dollari richiesti.

Qualunque sostegno della NATO alle operazioni navali dell’Ue dovrebbe evitare di contribuire ad intrappolare migranti e richiedenti asilo in Libia. Tutte le imbarcazioni NATO nel Mediterraneo centrale dovrebbero avere il mandato e la capacità di effettuare operazioni di ricerca e soccorso. 

Il governo libico sostenuto dalle Nazioni Unite dovrebbe lavorare per porre fine a torture e ad altre forme di maltrattamento in tutte le strutture detentive sotto il suo controllo. Le detenzioni relative all’immigrazione dovrebbero verificarsi solo quando strettamente necessarie e per il periodo più breve possibile.  

“Il sostegno alle forze libiche dovrebbe assicurare la fine di torture e abusi nelle strutture dove quelle forze inviano le persone” ha detto Sunderland. “È inaccettabile salvare o intercettare persone in mare per poi rimandarle verso violenze a terra”.