(Milano) – L’Italia dovrebbe proseguire nei suoi sforzi per ottenere giustizia contro gli abusi della Central Intelligence Agency (Cia) degli Stati Uniti, nonostante la decisione di Panama di liberare un ex-capo della sede Cia di Milano ricercato in Italia, ha detto oggi Human Rights Watch.

Vari organi di informazione hanno riportato che le autorità panamensi hanno trattenuto il 18 luglio 2013 Robert Seldon Lady al confine con il Costa Rica, ma che lo hanno rilasciato il giorno seguente. Lady era stato condannato in contumacia in Italia per il rapimento di un chierico egiziano nel 2003.

“L’Italia è entrata nella storia come il primo Paese ad aver messo sotto processo, e condannato, dei funzionari per ‘rendition’ illegale e tortura”, ha detto Judith Sunderland, ricercatrice esperta per l’Europa occidentale a Human Rights Watch. “Nonostante la mancata opportunità, l’Italia dovrebbe fare sì di fissare definitivamente le responsabilità riscontrate”.

La decisione nel più alto grado di giudizio in Italia si staglia in netto contrasto con la mancata azione penale degli Stati Uniti nei confronti di qualunque funzionario coinvolto nel programma illegale di ‘rendition’ della Cia, messo in piedi dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti, ha detto Human Rights Watch.

Il tribunale italiano con più alta giurisdizione penale, la Corte di Cassazione, ha confermato la condanna di Lady del settembre 2012, e lo ha condannato a nove anni di detenzione per il suo ruolo nel rapimento e nella ‘rendition’. Nel febbraio 2003, un chierico egiziano, Osama Moustafa Hassan Nasr – meglio conosciuto come Abu Omar – fu rapito e inviato in Egitto dove afferma di essere stato torturato. Abu Omar fu spinto in un pulmino per strada a Milano e messo su un volo per l’Egitto partito dalla base dell’Air Force statunitense ad Aviano, passando per la base dell’Air Force di Ramstein in Germania.

Ciascuno dei ventitrè cittadini statunitensi condannati in questo caso fu processato in contumacia, attraverso procedimenti modificati in modo da garantire agli imputati maggiori diritti, dando seguito a una sentenza del 1985 della Corte europea dei diritti dell’uomo. La Cassazione, con la sentenza del settembre 2012, concluse che agli imputati furono garantiti tutti i diritti necessari per una difesa efficace. Lady fu rappresentato da un legale assunto privatamente. 

Human Rights Watch nutre la preoccupazione che i processi in contumacia non garantiscano agli imputati l’opportunità di difendesi adeguatamente, come previsto dagli standard internazionali sull’equo processo. Qualora le forze dell’ordine italiane dovessero ottenere la custodia di Lady, o qualunque altro degli imputati, costoro dovrebbero avere il diritto di chiedere ai tribunali italiani un nuovo processo, ha detto Human Rights Watch.

Abu Omar sostiene di essere stato torturato ripetutamente durante i quasi quattro anni in cui rimase sotto custodia egiziana. Fu rilasciato senza alcun capo di imputazione nel febbraio del 2007.

Nel dicembre del 2007, Abu Omar riferì ad Human Rights Watch di aver subito pesanti violenze una volta arrivato in Egitto. “Non potete immaginare… Mi appendevano come una pecora al macello e mi davano scariche elettriche”, ha detto. “Venivo torturato barbaramente e potevo sentire le urla di altri che venivano anch’essi torturati”.

Il 30 agosto 2012, il ministro della giustizia degli Stati Uniti Eric Holder annunciò che la sola indagine criminale che il Dipartimento di Giustizia aveva intrapreso su presunti abusi avvenuti sotto custodia della Cia sarebbe stata chiusa. L’indagine era stata guidata da John Durham, un pubblico ministero speciale. Si concluse senza accuse criminali, anche nei casi di due detenuti deceduti dopo un apparente maltrattamento sotto custodia statunitense.

Il governo degli Stati Uniti, nel caso Abu Omar, ha fatto pressioni sull’Italia. Di conseguenza, nell’Aprile 2013, il presidente Giorgio Napolitano concesse la grazia a un colonnello dell’Air Force statunitense, Joseph Romano, per il suo ruolo nella ‘rendition’. Romano, che era a capo della sicurezza della base di Aviano nel 2003, era stato condannato a sette anni di reclusione.

“Finora gli Stati Uniti hanno ostacolato la definizione delle responsabilità della loro ‘guerra al terrore’ in ogni maniera possibile”, ha detto Sunderland. “Speravamo che la giustizia panamense valutasse nel merito qualunque richiesta italiana circa l’estradizione di Lady.”

L’Italia spiccò un mandato di cattura internazionale per Lady nel dicembre 2012, data la lunghezza della sua pena. Benché condannato a nove anni, Lady avrebbe scontato solo sei anni di reclusione per via di riduzioni automatiche previste dall’ordinamento italiano.

Lady fu inizialmente condannato, in contumacia, il 4 novembre 2009, insieme ad altri ventidue cittadini statunitensi e due cittadini italiani. Il tribunale, all’epoca, riscontrò che altri tre cittadini statunitensi, compreso l’ex-capo della Cia in Italia Jeff Castelli, avevano diritto all’immunità diplomatica, e che cinque degli italiani erano protetti dal segreto di Stato. La sentenza della Cassazione del settembre 2012 ribaltò il giudizio sugli agenti italiani, riscontrando che non erano protetti in toto dalla legge italiana sul segreto di Stato, e ordinò che si celebrasse un nuovo processo.

Human Rights Watch ha trovato problematiche le decisioni del tribunale sulle immunità diplomatiche e sul segreto di Stato, sulla base del fatto che tale immunità non andrebbe tenuta da conto a protezione di funzionari responsabili di gravi abusi di diritti umani.

Nel Febbraio 2013, la Corte d’Appello di Milano ha condannato Castelli a sette anni di reclusione, e due altri agenti della Cia, precedentemente considerati coperti da immunità diplomatica, a sei anni. La Corte ha anche condannato Nicolò Pollari, ex-direttore del

Servizio per le informazioni e la sicurezza militare (Sismi), a dieci anni, l’ex-vicedirettore del Sismi Marco Mancini a nove anni, e tre agenti del Sismi a sei anni ciascuno.