(Milano) -  La condanna per sequestro da parte di una corte Italiana di 23 agenti della Us Central Intelligence Agency (Cia)  costituisce un ripudio storico nei confronti dei crimini della Cia. È quanto afferma, oggi, Human Rights Watch. La corte di Milano ha anche stabilito che due funzionari italiani hanno collaborato, illegalmente, agli abusi della Cia. 

Il giudice ha deliberato il non luogo a procedere per cinque dei sette Italiani imputati per il sequestro del 2003 di un imam egiziano, in quanto protetti dal segreto di stato. Dei 26 Americani sotto processo, tutti in contumacia, la corte ha determinato che tre di loro erano protetti da immunità diplomatica.

Robert Seldon Lady, presunto capo delle operazioni Cia a Milano all'epoca del sequestro, è stato condannato ad una pena otto anni, la più grave inflitta dalla corte. 

"La corte di Milano ha lanciato un messaggio forte: la Cia non può sequestrare la gente per strada. È illegale, inaccettabile, ed ingiustificato," ha detto Joanne Mariner, direttrice del programma  di terrorismo e antiterrorismo ad Human Rights Watch. "Sia il governo italiano che quello statunitense da ora in poi siano consci che le autorità giudiziarie non ignoreranno i crimini commessi sotto la veste della lotta al terrorismo."

In un risvolto deludente, la corte si è pronunciata per il non luogo a procedere nei confronti di cinque imputati italiani, tutti funzionari presenti o passati del Sismi, il servizio segreto militare italiano, perché le prove a loro carico erano protette dal segreto di stato. A quanto pare, la corte si è sentita limitata dalla pronuncia della Corte Costituzionale del marzo 2009, che interpretò in modo estensivo le protezioni garantite dal segreto di Stato. 

La corte ha tuttavia rigettato le interpretazioni ancora più estensive sul segreto di stato, fatte valere da numerosi altri imputati, le quali avrebbero impedito di esaminare prove di attività criminali congiunte tra Cia e Sismi. Se la Corte avesse adottato la posizione radicale degli imputati, il grosso delle prove del caso avrebbe potuto rimanere fuori.

"Proprio come negli Stati Uniti, i funzionari governativi in Italia contano sul segreto di stato per proteggere le proprie azioni illegali dall'esame della magistratura," afferma Mariner. "Ciò è incompatibile con il principio per cui i funzionari del governo dovrebbero essere trattati alla pari di fronte alla legge e ritenuti responsabili dei loro crimini."

Human Rights Watch è anche in disaccordo con la lettura data dalla corte alle immunità diplomatiche, sostenendo che tali immunità non andrebbero interpretate come protettive di quei funzionari responsabili di gravi delitti contro i diritti umani. 

Human Rights Watch ha sottolineato che gli sforzi vigorosi del sistema giudiziario italiano per processare gli agenti della Cia e le loro delittuose operazioni di ‘rendition' fanno da contrappunto alla relativa inattività del Dipartimento di Giustizia statunitense. Sebbene l'amministrazione  Obama abbia avviato un'indagine preliminare sugli abusi commessi negli interrogatori della Cia, l'analisi ha un campo ristretto e non comprende le operazioni di ‘rendition' della Cia.

La sentenza di oggi si contrappone duramente anche alle deludente pronuncia del 2 novembre di una corte federale d'appello di New York, con cui è stata respinta l'azione legale del cittadino canadese, vittima di ‘rendition', Maher Arar. Arar fu arresto durante uno scalo all'aeroporto John F. Kennedy nel settembre del 2002, poi deportato dalla Cia in Giordania e Siria, dove fu torturato brutalmente per quasi un anno.

Hassan Mustafa Osama Nasr, più noto come Abu Omar, fu rapito mentre camminava per strada a  Milano il 17 febbraio 2003. Si ritiene che il sequestro fosse una operazione congiunta della Cia e dei servizi segreti militari italiani.

Dopo essere stato portato dai suoi rapitori alla base di Aviano, Abu Omar fu presumibilmente messo su un volo per la base aerea di Ramstein, e da lì fu portato in Egitto. Egli ha dichiarato di essere stato torturato ripetutamente nel corso dei quasi quattro anni trascorsi in detenzione in Egitto senza che fossero formulati capi d'accusa nei suoi confronti.

"Mi torturarono brutalmente," dichiarò in un'intervista del 2007 ad Human Rights Watch, "e potevo sentire le urla anche di altre persone sottoposti a tortura."

Una corte italiana formulò dei capi d'accusa contro individui ritenuti responsabili del sequestro del chierico nel giugno del 2005, ma il caso andò avanti con lentezza, in parte perché successivi governi italiani videro le indagini come d'ostacolo alle relazioni italo-statunitensi. Vale la pena notare che sia i governi Prodi che Berlusconi rifiutarono di richiedere l'estradizione dei 26 Americani indagati.

Il governo italiano ha anche cercato di bloccare il caso impugnando molte delle prove che implicavano la responsabilità degli imputati, sostenendo che il loro uso avrebbe messo a repentaglio la sicurezza nazionale. Nel marzo del 2009, in un importante contrattempo dell'azione giudiziaria, la Corte Costituzionale proibì che molte di queste prove potessero esssere ammesse al dibattimento, stabilendo che fossero protette dal segreto di stato. 

Nella sua requisitoria conclusiva, il procuratore Armando Spataro ha argomentato con forza che i funzionari governativi debbano considerarsi responsabili di violazioni gravi di diritti umani, comprese quelle commesse nella lotta al terrorismo. Rifacendosi alla ratio del tribunale postbellico di Norimberga, egli ha rifiutato la tesi fatta da alcuni imputati della Cia secondo la quale le loro azioni erano legittime perché svolte durante l'esecuzione di ordini.

Gli imputati italiani comprendevano il Gen. Nicolò Pollari, ex direttore del Sismi, che fu costretto a dimettersi a causa del sequestro e della ‘rendition' di Abu Omar, e l'ex vice di Pollari, Marco Mancini.

Gli imputati americani consistevano in 25 presunti agenti Cia, tra cui l'ex capo delle operazioni Cia a Milano Robert Seldon Lady e l'ex capo della Cia a Roma Jeffrey Castelli, così come il Lgt. Col. Joseph Romano, della forza aerea statunitense, che all'epoca dei fatti era di stanza presso la base militare di Aviano.

I sette imputati italiani erano presenti al processo, mentre i 26 imputati americani sono stati giudicati in contumacia. Il governo italiano ha fornito rappresentanza legale per gli imputati americani, ma due di loro si sono affidati ad un avvocato di loro scelta. Human Rights Watch teme che i processi in contumacia non garantiscano agli imputati un'opportunità adeguata di difendersi come richiesto dal Patto internazionale sui diritti civili e politici. Se mai le autorità italiane dovessero ottenere la custodia degli imputati, Human Rights Watch ritiene che dovrebbe essere concesso loro un nuovo processo. 

Sotto l'amministrazione Bush, la responsabilità per il programma di ‘rendition' della Cia risiedeva ai più alti livelli di governo. Subito dopo gli attentati dell'11 settembre, il presidente George W. Bush firmò una direttiva presidenziale classificata dando alla Cia un'estesa autorità per  arrestare, interrogare, detenere, e deportare sospetti terroristi arrestati all'estero. Si ritiene che nel corso dei due mandati Bush, gli Stati Uniti abbiano ceduto dei sospetti alla custodia di Egitto, Giordania, Marocco, Libia e Siria, tra altri Paesi.  

Il numero esatto di individui ceduti dalla Cia alla custodia di stati stranieri è sconosciuto.  L'allora direttore della Cia Michael Hayden sostenne in un discorso del 2007 al Council on Foreign Relations che, dagli attentati dell'11 settembre, meno di cento persone fossero state cedute all'estero: "all'incirca una cinquantina," disse.

"Il programma di ‘rendition' della Cia dovrebbe essere oggetto di azione penale negli Stati Uniti," ha dichiarato Mariner. "Ma dato che il Dipartimento di Giustizia si è sottratto completamente alla responsabilità di investigare e intentare azione penale contro questi gravi crimini, l'Italia si è vista caricare la responsabilità di portare questo importante caso a giudizio."