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L’affronto di Italia e Ungheria ai mandati di arresto della CPI: campanello d’allarme per l’UE

Il mancato trasferimento dei sospettati compromette la credibilità della giustizia internazionale

Per la seconda volta in meno di un anno, la Corte penale internazionale (CPI) ha deferito uno Stato membro dell’Unione europea al proprio organo di supervisione, l’Assemblea degli Stati Parte, per mancata cooperazione con la Corte.

Il 26 gennaio, i giudici della CPI hanno chiesto agli Stati membri della Corte di chiedere all’Italia di rendere conto del suo rifiuto di consegnare Osama Elmasry Njeem, un sospettato libico che si trovava sottocustodia delle autorità italiane. La decisione fa seguito al deferimento dell’Ungheria, avvenuto lo scorso luglio, per non aver arrestato e consegnato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ricercato dalla CPI per crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi a Gaza.

La CPI non dispone di una propria forza di polizia e dipende dalla cooperazione dei suoi Stati membri per dare esecuzione ai mandati di arresto e garantire giustizia alle vittime e ai sopravvissuti dei crimini più gravi.

Nel gennaio 2025, le autorità italiane hanno arrestato Njeem, ricercato dalla CPI per gravi crimini commessi in Libia, ma lo hanno successivamente rilasciato e trasferito in Libia. Vittime e sopravvissuti hanno denunciato questa decisione come una grave negazione del loro diritto alla giustizia.

Nel novembre successivo, Njeem è stato arrestato dalle autorità libiche, ma le informazioni disponibili sul procedimento sono estremamente limitate, incluso se e in che modo la Libia intenda adempiere ai propri obblighi di cooperazione con la Corte e consegnarlo all’Aia. Nel dicembre scorso, Human Rights Watch ha scritto al procuratore generale libico chiedendo informazioni sulle accuse a carico di Njeem, sulla cooperazione della Libia con la CPI e su altri sospettati della CPI che si ritiene si trovino in Libia, ma non ha ricevuto alcuna risposta.

Il caso Njeem ha suscitato dibattiti parlamentari, indagini governative e procedimenti giudiziari in Italia. Tuttavia, la CPI ha ritenuto necessario deferire la questione all’Assemblea degli Stati Parte, esprimendo dubbi sul fatto che l’Italia garantirebbe piena cooperazione in casi futuri.

I giudici non hanno chiarito perché la mancata cooperazione dell’Italia non sia stata deferita anche al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nonostante fosse stato proprio quest’ultimo a richiedere l’apertura dell’indagine sulla Libia.

La recente mancata cooperazione di Ungheria e Italia, così come i segnali ambigui inviati dai funzionari di altri Stati membri dell’UE sulla possibilità di arrestare Netanyahu, hanno minato la credibilità dell’Unione europea nel promuovere un accesso equo alla giustizia per tutte le vittime di gravi crimini internazionale, indipendentemente da dove siano stati commessi e da chi li abbia commessi.

L’Italia e l’Ungheria hanno deluso vittime e sopravvissuti. Le istituzioni europee e i leader degli Stati membri dovrebbero quantomeno avviare confronti duri con Ungheria e Italia, riconoscere i propri obblighi giuridici e riaffermare in modo chiaro e inequivocabile il loro impegno a cooperare con la Corte in tutte le situazioni.

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