The families of prisoners killed in the 1996 Abu Salim prison massacre hold up pictures of their disappeared relatives calling for truth and justice.

© 2009 Khaled Mehyar

(Tripoli) - Timidi progressi, tra cui una maggiore libertà d'espressione ed una proposta di riforma del codice penale, sono in corso in Libia, ma leggi repressive continuano a soffocare l'espressione e gli abusi dell'Agenzia per la sicurezza interna rimangono la norma. È quanto afferma Human Rights Watch in un rapporto uscito oggi.

Human Rights Watch terrà oggi una conferenza stampa nel Paese, la prima del genere in Libia, con la promessa di un dibattito pubblico su questioni delicate. L'arresto del noto oppositore Jamal el Haji lo scorso 7 dicembre, tuttavia, riflette i limiti concreti alle critiche interne.

"Una valutazione pubblica, a Tripoli, dell'operato della Libia in tema di diritti umani, sarebbe stata impensabile fino a pochi anni fa e riflette l'accresciuto spazio per il dibattito pubblico nel Paese" ha dichiarato Sarah Leah Whitson, direttrice per il Medio Oriente ad Human Rights Watch. "Il governo dovrebbe rivedere il proprio codice penale, in modo tale da permettere a tutti i libici di partecipare a tale dibattito pubblico senza la paura di incorrere in sanzioni penali e allo scopo di porre termine all'incarcerazione di quanti criticano il governo, compreso Jamal el Haji."

Il rapporto di 78 pagine, dal titolo "Libia: verità e giustizia non possono aspettare", si basa su una ricerca condotta da Human Rights Watch nel corso di una visita di 10 giorni in Libia ad aprile, il viaggio più recente dell'organizzazione nel Paese. Il rapporto è anche frutto di un continuo monitoraggio del Paese dall'esterno. Esso conclude che sebbene internet e due nuovi quotidiani del Paese abbiano dato ai giornalisti un maggiore spazio per scrivere apertamente su alcune questioni delicate, pesanti sanzioni penali continuano a soffocare i giornalisti e a proibire la libertà di associazione. Con le leggi interne sulla diffamazione, sono aumentate le cause e le azioni penali nei confronti dei giornalisti, ma finora nessun giornalista è stato condannato a pene detentive.

Gli sforzi del Ministero della Giustizia per rilasciare prigionieri ingiustamente detenuti si scontrano con la costante opposizione dell'Agenzia per la sicurezza interna, che opera impunemente, imprigionando o facendo "scomparire" cittadini libici a sua discrezione.
Il governo ha tollerato un crescente attivismo da parte dei parenti delle vittime del massacro della prigione di Abu Salim del 1996, offrendo loro risarcimenti, pertanto senza attribuire responsabilità per il massacro. Human Rights Watch ha visitato la prigione di Abu Salim dove ha intervistato sei detenuti. Ha incontrato membri dell'Associazione di avvocati di Tripoli e del sindacato dei giornalisti, parenti di detenuti, un ex-detenuto politico e famiglie di coloro che furono uccisi nella prigione di Abu Salim. Human Rights Watch ha anche incontrato il Segretario per la sicurezza pubblica ed il Segretario per la giustizia.

In un importante sviluppo, il Ministero della Giustizia ha preparato una seconda bozza, rivisitata del codice penale, che riduce le pene per le sue disposizioni più repressive, sebbene mantenga misure che criminalizzano l'espressione politica, come l' "insulto a pubblico ufficiale" o la "opposizione agli obiettivi della Rivoluzione". In tale atmosfera, sebbene giornali privati e giornalisti di siti internet stazionati all'estero godano di maggiore libertà, essi continuano ad evitare di mettere direttamente in discussione la leadership di governo e le procure continuano a interrogare i giornalisti autori di articoli critici. Il 7 dicembre, l'Agenzia per la sicurezza interna ha arrestato el Haji, un ex-detenuto politico, a causa delle critiche fatte in internet sulla detenzione di prigionieri politici protratta dal governo, nonché di un'intervista rilasciata alla Bbc a settembre in cui aveva denunciato gli abusi del governo libico.

Il Ministero della Giustizia ha anche preso alcune decisioni indipendenti, sollecitando l'Agenzia per la sicurezza interna a rilasciare detenuti ingiustamente carcerati. Corti libiche hanno ordinato al governo di rivelare la sorte delle vittime di Abu Salim. Tuttavia, fino a questo momento, né l'Agenzia né il governo hanno dato seguito alle ordinanze. Molti processi, specialmente quelli di fronte al Tribunale per la sicurezza dello Stato, continuano a non soddisfare i canoni internazionali di giusto processo, per via dell'accesso ristretto a legali e al diritto di appello.

L'Agenzia di sicurezza interna mantiene il controllo pieno di due prigioni in Libia, Abu Salim e Ain Zara, tristemente note per la detenzione arbitraria di prigionieri politici. Secondo il Segretario per la Giustizia, circa 500 prigionieri che hanno scontato la pena o sono stati assolti da tribunali libici rimangono in detenzione per ordine dell'Agenzia per la sicurezza interna. Per esempio, sebbene la Corte suprema libica abbia assolto dalle accuse di appartenenza ad un'organizzazione illegale, nel marzo del 2008, un cittadino dalla doppia cittadinanza libico-britannica, Mahmoud Boushima, egli rimane nella prigione di Abu Salim. Human Rights Watch ha richiesto di visitarlo durante la visita di aprile, ma l'Agenzia per la sicurezza interna ha rifiutato.

"Gli sforzi del Ministero della Giustizia per affrontare i casi di detenuti ingiustamente carcerati sono un passo importante nella giusta direzione, ma ogni libico sa che una vera riforma nel Paese non sarà possibile finché l'Agenzia per la sicurezza interna rimarrà al di sopra della legge", afferma Whitson. "Per cominciare, l'Agenzia per la sicurezza interna dovrebbe rilasciare immediatamente i 500 prigionieri che continua a tenere sotto la sua custodia senza alcuna autorità legale".

L'Agenzia per la sicurezza interna, inoltre, continua a detenere individui senza un'imputazione, segregandoli per mesi interi prima di formulare un'accusa. In più, Libya Human Rights Solidarity, un gruppo libico per la difesa dei diritti con base in Svizzera, stima che fino a 30 casi di "scomparse" rimangono irrisolti, come quello dell'Imam Musa al Sadr, un chierico libanese di spicco scomparso dal 1978, e gli esponenti libici dell'opposizione Jaballa Matar e Izzat al-Megaryef, le cui ultime notizie risalgono all'aprile del 1996, mentre erano detenuti nella prigione di Abu Salim. Anche dei gruppi libici di opposizione con base all'estero stimano che centinaia di prigionieri politici rimangono detenuti, condannati dopo processi iniqui, ma Human Rights Watch non ha verificato questi dati indipendentemente. Il prigioniero politico più famoso del Paese, Fathi el Jahmi, è morto a maggio, dopo quasi sette anni di detenzione. Le richieste di informazioni inoltrate alle autorità libiche sul numero di libici attualmente detenuti in virtù della Legge 71, che vieta l'appartenenza ad organizzazioni politiche, rimangono senza risposta.  

"Il governo libico", ha detto Whitson, "dovrebbe liberare immediatamente tutti i prigionieri detenuti per aver espresso pacificamente le proprie opinioni, come Abdelnasser al-Rabbasi, condannato a 15 anni di carcere per aver insultato la Guida [della Rivoluzione, Gheddafi]".


Le autorità libiche hanno impedito a due cittadini svizzeri, Max Goldi e Rachid Hamdani, di lasciare la Libia dopo essere stati detenuti per dieci giorni con l'accusa di aver violato le disposizioni sui visti d'entrata nel luglio del 2008. Quest'atto, sembrerebbe, è stato compiuto come ritorsione per la detenzione da parte delle autorità svizzere di Hannibal Gheddafi, un figlio del leader libico, avvenuta a Ginevra qualche giorno prima. A settembre, degli ufficiali di sicurezza hanno sequestrato i due uomini da un ospedale a Tripoli e li hanno imprigionati, senza dar loro possibilità di comunicare con l'esterno, e tenendoli in isolamento per 52 giorni. Questo mese, un tribunale per l'immigrazione ha condannato i due a 16 mesi di reclusione per violazioni sui visti d'entrata dopo un'udienza iniqua nella quale, ai legali dei due uomini, non era stato permesso di contestare le prove portate contro di loro. 

Ci sono stati importanti sviluppi in Libia in connessione con il risarcimento del governo a favore delle famiglie dei 1200 prigionieri uccisi, nel giugno del 1996, nella prigione di Abu Salim. Tuttavia il governo continua a sottrarsi da un resoconto pubblico di ciò che accadde nella prigione o dall'avvio di un'azione penale a carico dei responsabili. Per anni, le autorità hanno persino negato che un massacro avesse mai avuto luogo. Fino alla fine del 2008, la stragrande maggioranza dei parenti dei detenuti uccisi non aveva ricevuto alcuna informazione sui propri cari. Nel giugno del 2008, tuttavia, alcune famiglie che rappresentavano delle vittime di Abu Salim hanno vinto una causa che ha imposto al governo libico di rivelare la sorte dei prigionieri. A seguito della sentenza, le autorità libiche hanno cominciato a rilasciare certificati di morte alle famiglie e ad offrire fino a 200.000 dinari libici (164.300 dollari) come risarcimento in cambio di una rinuncia a qualsiasi altra pretesa nei confronti di tribunali libici o internazionali.

La maggior parte delle famiglie di Bengasi, da cui provenivano molti dei prigionieri, hanno rifiutato di accettare il risarcimento a queste condizioni, insistendo di pretendere un resoconto pieno dell'accaduto e la punizione dei responsabili. Mohamed Hamil Ferjany, un portavoce dei parenti che adesso si trova negli Stati Uniti, ha dichiarato ad Human Rights Watch che per lui "i soldi sono irrilevanti". Ed ha aggiunto: "La mia famiglia ha sofferto per anni, senza sapere dove fossero i miei fratelli, solo per vedersi consegnare un pezzo di carta, 15 anni dopo, dicendo che sono morti e niente di più. Vogliamo giustizia".

Le autorità libiche hanno detto ad Human Rights Watch nel 2004 che un'indagine sulla vicenda era in corso. Ma nell'aprile del 2009 il Segretario per la Giustizia ha confermato ad Human Rights Watch che una tale indagine non aveva mai avuto luogo. A settembre, il Comitato generale del popolo per la Difesa, ha formato una commissione d'inchiesta consistente di sette giudici inquirenti e presieduta da un ex-giudice militare per indagare sul massacro di Abu Salim, 13 anni dopo i fatti.

Con la richiesta di verità, determinazione delle responsabilità e di un giusto risarcimento, diverse centinaia tra i parenti hanno coraggiosamente manifestato a Bengasi nei mesi passati. Benché le autorità abbiano concesso per la prima volta che si svolgessero queste manifestazioni pubbliche, le famiglie hanno dovuto vedersela con le angherie e l'intimidazione degli ufficiali di sicurezza e talvolta con l'arresto.

"I soldi non bastano", ha detto Whitson, "il popolo libico ha diritto a un resoconto pubblico ed esauriente e alla punizione dei responsabili per l'uccisione di 1200 prigionieri, in un solo giorno, nel 1996".

La Libia e l'Unione europea stanno al momento negoziando un accordo quadro e si incontreranno il 16 dicembre per la prossima fase dei negoziati. Human Rights Watch ha esortato l'Unione europea a definire delle mete concrete per le riforme libiche su questioni chiave, come la revisione del codice penale e il rilascio di prigionieri ingiustamente detenuti quale condizione per concludere tale accordo. L'organizzazione ha anche sollecitato il Gruppo di lavoro dell'Onu sulle sparizioni forzate o involontarie a richiedere una visita ai centri di detenzione libici.