(Washington, DC) - Il leader libico Muammar Gheddafi si recherà in visita in Italia il 10 giugno 2009 per celebrare la ratifica di un trattato di amicizia italo-libico che ha già portato a pattugliamenti navali congiunti lesivi dei diritti dei rifugiati e dei migranti. È quanto afferma, oggi, Human Rights Watch.

"Il primo ministro Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi stanno costruendo il loro accordo di amicizia a spese di individui, di altri Paesi, ritenuti sacrificabili da entrambi", ha affermato Bill Frelick, direttore per le politiche dei rifugiati a Human Rights Watch. "Più che un trattato di amicizia, si direbbe uno sporco accordo per permettere all'Italia di scaricare i migranti e quanti sono in cerca di asilo in Libia e sottrarsi ai propri obblighi".

Berlusconi ha promesso di erogare 200 milioni di dollari all'anno per i prossimi 25 anni attraverso investimenti in progetti di infrastrutture in Libia.  L'Italia ha fornito alla Libia tre motovedette lo scorso 14 maggio, e ne ha promesse altre tre. L'Italia ha anche affermato che aiuterà nella costruzione di un sistema radar per monitorare i confini del deserto libico, attraverso la società di sicurezza italiana Finmeccanica.

Cosimo D'Arrigo, comandante generale della Guardia di Finanza ha detto, secondo quanto riportato dall'agenzia Ansa, che le motovedette si sarebbero "usate in pattugliamenti congiunti nelle acque territoriali libiche e in quelle internazionali, insieme alle operazioni navali italiane". Finora, i pattugliamenti congiunti sono riusciti ad arginare il flusso di barconi verso l'Italia.

La Libia non è Stato parte alla Convenzione sui Rifugiati e non ha legislazione in materia d'asilo. Ha una triste storia di abuso e maltrattamento ai danni di migranti colti nel tentativo di scappare dal Paese via nave, e non si può considerare seriamente come un interlocutore in qualsivoglia schema di protezione dei rifugiati, ha affermato Human Rights Watch.

Da quando l'Italia ha stabilito la sua nuova politica di intercettazione e respingimento sommario il 6 maggio, sono stati intercettati 500 tra migranti e richiedenti asilo dalle forze di sicurezza italiane e le loro imbarcazioni trainate in Libia. I migranti vengono respinti senza neanche una valutazione superficiale per determinare se abbiano bisogno di protezione o siano particolarmente vulnerabili, come nel caso di malati o feriti, donne incinte, bambini non accompagnati, o vittime di traffico umano.

Human Rights Watch ha terminato, recentemente, visite in Libia, Malta e Italia (Sicilia e Lampedusa incluse) per valutare la situazione dei migranti e dei richiedenti asilo nella regione. Tutti i migranti privi di documenti intervistati da Human Rights Watch che sono stati arrestati in seguito a tentativi fallimentari di lasciare la Libia, hanno riferito di aver subito maltrattamenti e di essere stati soggetti a detenzione indefinita, spesso in condizioni inumane e degradanti, da parte delle autorità libiche.

L'Italia, in passato, ha prestato soccorso ad emigranti su territorio italiano per una valutazione del loro bisogno di protezione, in ottemperanza agli obblighi derivanti dalla Convenzione sui Rifugiati di fornire asilo ai richiedenti e per dar loro opportunità di far valere la propria domanda. L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) ha espresso "profonda preoccupazione" per il destino dei migranti intercettati il 7 maggio, affermando che sono stati respinti in Libia "senza un'opportuna valutazione del loro possibile bisogno di protezione".

"Tomas", un ventiquattrenne eritreo intervistato a Roma il 20 maggio, ha riferito a  Human Rights Watch di abusi, pestaggi, di un lungo viaggio in un camion strapieno e privo d'aria, e di maltrattamenti in prigione:

"Le forze della Marina (libica) ci catturarono e ci portarono in (...) un posto di nome Jawazat. Era una prigione di migranti. (...) Eravamo nella stessa stanza con altri 160, tutti in una stanza. (...) Ci permettevano di andare al bagno solo una volta al giorno. In molti avevano problemi alla pelle. Non c'era sapone. Ci davano acqua da bere in un barattolo. In molti avevamo problemi di stomaco. Dovevamo supplicare le guardie di portare al bagno chi stava male. (...)

Dopo due mesi, ci misero con un altro gruppo di eritrei, 150 persone in tutto. Ci misero su un grosso camion. Era così pieno che nessuno aveva lo spazio di sedersi. Rimanemmo tutti in piedi (...) Partimmo alle 6 del mattino, e viaggiammo tutto il giorno e la notte successiva (...)

Quando ci fecero scendere dal camion, eravamo alla prigione di Kufra. Ci passammo una settimana. Ci davano da mangiare una volta al giorno. Solo riso. Il Ramadan era finito. Avevo già patito due mesi di fame in prigione. Adesso eravamo 800 prigionieri ammucchiati in diverse stanze. Dormivamo su pezzi di cartone (...) Era sporco (...)"

Tomas ha affermato che Kufra è un luogo di deportazione e che le guardie sono in combutta con i trafficanti, i quali spingono i migranti a pagare centinaia di dollari per farsi riportare a Tripoli. Ha raccontato di aver fallito in altri due tentativi di fuga dalla Libia, e di aver subito danni permanenti a causa dei pestaggi:

"Mi picchiarono tre guardie con sbarre di legno e di metallo.  Mi picchiarono per più di 10 minuti. Mi chiamavano ‘negro' mentre mi picchiavano. Quando caddi a terra mi presero a calci. Mi colpirono in testa con una sbarra di metallo. Ho cicatrici e dolori alla testa. Ho ancora dolori alle spalle, le sbarre di metallo erano sottili, ma non si piegavano".

Tomas è riuscito, al quarto tentativo, a scappare in Italia dove gli è stato concesso uno status umanitario. La trascrizione completa del suo racconto si può trovare su: https://www.hrw.org/node/83722

Il ministro degli Interni italiano, Roberto Maroni, dichiara che la Libia sta facendo in modo di "impedire ai migranti illegali di partire". Human Rights Watch ha dichiarato che i racconti dei migranti che vengono arrestati per aver tentato di partire dalla Libia sollevano seri dubbi se le azioni per impedire le partenze, incoraggiate e finanziate dall'Italia, vìolino il diritto di ogni individuo di lasciare qualsiasi Paese (Patto internazionale sui diritti civili e politici, articolo 12) e il diritto di ogni individuo a cercare asilo (Dichiarazione universale dei diritti umani, articolo 14).

Il respingimento dei barconi in Libia indica anche che l'Italia potrebbe venir meno all'obbligo di non respingere persone in posti dove la loro vita o la libertà potrebbero essere minacciate (Convenzione relativa allo status dei rifugiati, articolo 33) o dove andrebbero incontro ad un trattamento inumano e degradante (articolo 3 della Convenzione europea sui diritti dell'uomo). I racconti di trattamento brutale dei migranti, e la mancanza di procedure e legislazione d'asilo in Libia, sollevano gravi preoccupazioni circa la sicurezza dei migranti che l'Italia respinge verso le coste libiche.