(Agrigento, 8 maggio 2009) - Il rimpatrio forzato in Libia di 227 migranti attuato dalla guardia costiera italiana il 6 maggio 2009 costituisce una violazione del loro diritto di richiedere asilo e li espone al rischio di trattamento inumano e degradante, dichiara Human Rights Watch in un comunicato stampa pubblicato oggi.

I migranti, le cui nazionalità non sono state ancora rese note, sono stati soccorsi al largo della costa italiana e rimpatriati in Libia senza alcuna procedura di determinazione dello status di rifugiati. L'Italia aveva in precedenza condotto in territorio italiano migranti per una valutazione delle loro necessità di protezione, in ottemperanza con i propri obblighi ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sui Rifugiati di garantire ai richiedenti asilo la possibilità di presentare domanda.

"L'Italia si comporta come se rimandare immediatamente indietro queste persone sia una cosa positiva", ha dichiarato Bill Frelick, direttore del Programma rifugiati di Human Rights Watch. "Invece le autorità italiane hanno negato a queste persone la possibilità di richiedere asilo esponendole a gravi rischi. È purtroppo noto in che modo la Libia abbia trattato in precedenza i migranti rimpatriati nel Paese".

Una nave cisterna italiana aveva risposto alle richieste di aiuto soccorrendo i migranti a bordo di tre imbarcazioni localizzate a circa 35 miglia sud-est dell'isola di Lampedusa. Tre unità navali italiane, due della guardia costiera e una della guardia di finanza, avevano ricondotto immediatamente i migranti in Libia.

Fonti di stampa hanno citato dichiarazioni del ministro dell'Interno italiano secondo il quale: "Finora dovevamo prenderli, identificarli e rimandarli indietro nei loro Paesi di origine. Per la prima volta nella storia, siamo riusciti a rimandare immigrati irregolari direttamente indietro in Libia". Secondo il ministro si tratta di un "risultato storico" nella campagna contro l'immigrazione clandestina.

Dei ricercatori di Human Rights Watch si trovano al momento in Sicilia, dopo aver visitato Malta e la Libia al fine di valutare il trattamento ricevuto dai migranti e richiedenti asilo. Tutti i migranti privi di documenti regolari intervistati da Human Rights Watch, i quali erano stati catturati dopo che in precedenza avevano invano cercato di lasciare la Libia, hanno testimoniato di aver subito maltrattamenti e di essere stati sottoposti a detenzione indefinita da parte delle autorità libiche, spesso in condizioni inumane e degradanti.

"Sono stato arrestato mentre cercavo di lasciare la Libia su una barca", ha raccontato a Human Rights Watch un richiedente asilo che ha chiesto di rimanere nell'anonimato. "Il timone della nostra imbarcazione si era rotto e le onde ci avevano spinti indietro verso terra. Poi la polizia ci ha presi e gli agenti mi hanno percosso sulla testa e sulle braccia e quindi ci hanno portati in prigione".

I migranti hanno costantemente raccontato ai ricercatori di Human Rights Watch delle condizioni di sporcizia e sovraffollamento, del maltrattamento da parte delle guardie e di periodi di detenzione indefiniti nei centri libici di detenzione per migranti.

La Libia non è Stato parte alla Convenzione sui Rifugiati del 1951 e manca di una legislazione interna in materia di asilo, sebbene il ministro della Giustizia libico abbia comunicato a Human Rights Watch nell'aprile 2009 che le autorità stavano elaborando una bozza legislativa. In Libia l'Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) è operativo senza un accordo formale con il governo. Sebbene sia riuscito recentemente a visitare i centri di detenzione per migranti e a intervenire per impedire le espulsioni dalla Libia verso i Paesi di origine, i resoconti dei richiedenti asilo a Malta e in Italia transitati dalla Libia indicano che quest'ultima continua a essere un Paese non sicuro per i migranti che vi vengono rimpatriati forzatamente.

L'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati stima che il 75% dei migranti giunti in Italia nel 2008 fossero richiedenti asilo, e che al 50% sia stata garantita una qualche forma di protezione internazionale. Oltre il 90% dei suddetti migranti erano transitati dalla Libia. In aggiunta agli obblighi assunti dall'Italia con la Convenzione sui Rifugiati, l'articolo 3 della Convenzione europea sui diritti umani vieta all'Italia di rimpatriare chiunque verso un Paese in cui sussista il rischio di trattamento inumano o degradante.

In base alla Convenzione sui Rifugiati, l'Italia non può procedere al rimpatrio di una persona a rischio di persecuzione, comprese le espulsioni verso Paesi terzi che minacciano la vita o la libertà di questa persona. Il 15 maggio è prevista l'entrata in vigore di un accordo finalizzato a stabilire pattugliamenti navali congiunti italo-libici per impedire alle imbarcazioni di migranti di solcare le acque territoriali libiche, ma l'azione del 6 maggio dimostra che l'Italia sta già intercettando le imbarcazioni di migranti, rimpatriandoli sommariamente in Libia.

"Il divieto e il rimpatrio sommario attuati dall'Italia costituiscono un approccio draconiano alla gestione del flusso di migranti", ha dichiarato Frelick. "Questo modo di procedere non offre alcun accesso alla valutazione dello status di rifugiati né alcuna protezione".