Forze armate alleate del governo internazionalmente riconosciuto combattono contro gruppi armati a Tripoli, Libia, 22 settembre 2018.

© 2018 Hani Amara/Reuters

(Ginevra) – Diversi gruppi armati e violenti agiscono nell’impunità mantenendo una stretta sulla Libia mentre i civili pagano il prezzo nel Paese diviso, ha dichiarato oggi Human Rights Watch nel suo World Report 2019. Le autorità libiche dovrebbero dare priorità alla riforma della giustizia e far sì che, in particolare i membri di gruppi armati, rispondano delle proprie azioni.

Sette anni dopo la rivoluzione del 2011 che pose fine al comando del dittatore Muammar Gheddafi, la Libia si ritrova ora con due governi in competizione tra loro e che non sono stati in grado di riconciliarsi. Si contendono il controllo di territorio, istituzioni e risorse, mentre gruppi armati a loro affiliati agiscono nell'illegalità uccidendo persone, facendole sparire o detenendole arbitrariamente, oltre ad aver provocato lo sfollamento di migliaia di persone con la forza. Le forze allineate al governo e le milizie hanno tenuto migliaia di migranti e richiedenti asilo in centri di detenzione dove le condizioni sono disumane e la violenza fisica è la regola.

“Le milizie hanno terrorizzato sia i libici che i migranti mentre nessuna autorità osa tenergli testa ed assicuraregiustizia," ha detto Hanan Salah, ricercatrice esperta sulla Libia a Human Rights Watch. “Fino a quando questa situazione non cambierà, le possibilità di organizzare elezioni libere ed eque rimangono scarse.”

Nel World Report 2019 di 674 pagine, giunto alla sua 29ma edizione, Human Rights Watch ha esaminato le pratiche relative ai diritti umani in oltre 100 Paesi. Nel suo saggio introduttivo, il direttore esecutivo Kenneth Roth afferma che i populisti che diffondono odio e intolleranza in molti Paesi stanno generando una resistenza. Nuove alleanze di governi rispettosi dei diritti, spesso in seguito a pressioni e con l’appoggio da parte di gruppi della società civile e del pubblico, stanno alzando il prezzo degli eccessi autocratici. I loro successi sono prova della possibilità - o meglio, della responsabilità - di difendere i diritti umani anche nei periodi più bui.

Il protrarsi di conflitti armati ha azzoppato istituzioni chiave in Libia, come la giustizia, che funziona solo in parte, a causa di minacce, intimidazioni e attacchi contro giudici, avvocati e pubblici ministeri da parte delle milizie. Ove i tribunali funzionino, ci sono gravi violazioni dell'equità dei procedimenti. Ad agosto, per esempio, un tribunale di Tripoli ha condannato a morte, in un processo di gruppo, 45 persone sospettate di essere ex-sostenitori di Gheddafi, e ne ha condannate altre 54 a cinque anni di prigione per l'omicidio di manifestanti nel 2011, nonostante accuse di gravi violazioni procedurali.

Pur avendo mandato di indagare dal 2011 su crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio in Libia, la Corte penale internazionale ha emesso solo un mandato di arresto dal 2011 contro un comandante di base a Bengasi affiliato a forze del Libyan National Army (LNA), alleato con uno dei due governi in competizione, e che rimane latitante.

A causa dei conflitti, 200mila persone rimangono sfollate all'interno del Paese. Migliaia di famiglie che sono scappate dai combattimenti a Bengasi dal 2014, e da scontri armati a Derna da maggio 2018, non sono in grado di tornare alle proprie abitazioni o di rivendicare le loro proprietà e mezzi di sostentamento nel timore di rappresaglie da parte di gruppi legati al LNA che li accusano di sostenere il terrorismo. Rappresentanti delle città di Misurata e Tawarga hanno firmato a giugno un accordo di pace che avrebbe dovuto aprire la strada al ritorno di 48mila persone illegalmente sfollate da Tawarga. Eppure, solo poche centinaia sono tornate, a causa dell'imponente distruzione, dei saccheggi, e dei continui timori per la sicurezza e le paure di rappresaglie.  

Gli scontri tra le milizie locali di etnia araba e tebu nel sud, tra febbraio e giugno, hanno fatto moltissimi morti. A settembre, secondo le Nazioni Unite, scontri lunghi un mese tra milizie rivali a Tripoli hanno fatto oltre cento morti, tra i quali molti civili.

Nonostante non abbia più il controllo di alcun territorio in Libia dopo essere stato espulso da Sirte nel dicembre 2016, il gruppo estremista dello Stato Islamico (ISIS) ha compiuto diversi attentati mortali che hanno preso di mira civili. A maggio, l'ISIS ha rivendicato un attentato a Tripoli sull'Alta commissione per le elezioni nazionali con un bilancio di 12 morti, inclusi alcuni civili.

Milizie e gruppi armati affiliati al governo hanno intimidito, detenuto, e attaccato giornalisti e professionisti dell'informazione. Alcuni giornalisti hanno riferito che il Governo di accordo nazionale, che gode del riconoscimento internazionale, ha imposto misure ristrettive contro giornalisti e TV internazionali, come l'imposizione di controllori governativi nel corso di visite in Libia, e limitando l'accesso a funzionari e istituzioni, oltre che a centri di detenzione per migranti.