Africans workers of unknown origin at the port of Benghazi. Boat crews prohibited them from boarding because they were only authorized to evacuate certain nationals. February 26, 2011.

© 2011 Franco Pagetti/VII for Human Rights Watch

(Bengasi) - Migliaia di lavoratori provenienti da Asia, Africa, Medio Oriente ed Europa sono rimasti senza alloggio e senza soldi a causa dei recenti scontri in Libia, rimanendo bloccati nella città costiera di Bengasi e sul confine con la Tunisia, ha dichiarato oggi Human Rights Watch.

Nell'impegno per l'evacuazione non è stata contemplata in modo adeguato la difficile condizione dei lavoratori africani, ha dichiarato Human Rights Watch.

I lavoratori africani, in modo particolare, sono in pericolo per via della rabbia popolare destata dall'uso che Muammar Gheddafi avrebbe fatto, secondo dei resoconti, di mercenari dell'Africa sub-sahariana per schiacciare le proteste popolari. Human Rights Watch non ha avuto modo di verificare direttamente la presenza di mercenari stranieri nel Paese.

"Migliaia e migliaia di lavoratori stranieri rimangono bloccati a Bengasi, dopo essere stati cacciati dalle loro fabbriche ed aver perso i loro averi negli eventi tumultuosi della scorsa settimana" ha dichiarato Peter Bouckaert, direttore per le emergenze ad Human Rights Watch, attualmente a Bengasi. "I lavoratori dell'Africa sub-sahariana si trovano in disperato bisogno di evacuazione a causa delle minacce cui sono sottoposti in Libia".

Ricercatori di Human Rights Watch sul confine tra Tunisia e Libia riferiscono che le autorità tunisine stanno chiudendo, sporadicamente, la frontiera con la Libia per alcune ore al giorno, apparentemente perchè non sono in grado di accogliere la grande quantità di persone che cercano di entrare. Circa 40mila individui sono bloccati sul lato libico del confine, secondo l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur) e l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim).

"I governi che sono stati in grado di soccorrere i propri cittadini dovrebbero unirsi in uno sforzo internazionale per evacuare le  decine di migliaia di cittadini stranieri a maggior rischio" ha detto Bouckaert. "Gli individui più bisognosi provengono per lo più dai Paesi più poveri d'Asia e d'Africa, rimangono bloccati a Bengasi sul confine con la Tunisia e i loro governi sembra che siano stati, almeno fino ad ora, incapaci o non propensi a soccorrerli".

Negli ultimi otto giorni, si stima che 13.500 tra cinesi, tunisini, siriani, giordani e vietnamiti ed individui di altri Paesi siano stati evacuati da Bengasi con navi da crociera, traghetti e navi militari, stando a volontari che assistono gli stranieri intrappolati.

L'8 febbraio 2011, un ricercatore di Human Rights Watch è stato testimone dell'evacuazione da Bengasi di migliaia di marocchini, algerini e siriani effettuata con due traghetti ed una nave militare siriana. Gli equipaggi hanno negato agli africani sub-sahariani di imbarcarsi, spiegando che alcuni governi li avevano istruiti di evacuare solo i propri cittadini e che gli equipaggi non avevano l'autorità di far imbarcare individui di altra cittadinanza. Il 26 febbraio, Human Rights Watch ha visto degli uomini in abiti militari e civili picchiare con bastoni e coltelli due africani che avevano cercato di saltare a bordo di una nave tunisina in partenza.

Altri lavoratori africani hanno riferito ad Human Rights Watch di essere stati aggrediti da civili libici nel corso della settimana passata e la maggior parte ha affermato di aver perso quasi tutti i propri averi durante le violenze. In tanti hanno anche dichiarato che i loro datori di lavoro non gli hanno dato le paghe dell'ultimo mese, lasciandoli in condizioni d'indigenza.

Roland Omokpia, un elettricista nigeriano di trent'anni, ha raccontato ad Human Rights Watch di essere arrivato in Libia nel 2006 e di aver aperto un negozio per fare impianti elettrici, ma di essere stato cacciato senza i suoi averi.

"Non posso tornare al mio negozio, perchè stanno cercando i neri per ucciderli" ha detto. "I giovani sono arrivati nella nostra area e mi hanno minacciato dicendo ‘ecco il nero, il nero assoldato da Gheddafi', per cui sono dovuto correre via".

Festos, un elettricista haitiano che ha preferito non rivelare il proprio cognome, ha detto ad Human Rights Watch di essere arrivato in Libia nel 2007 per lavorare per una società edilizia turca. Il 25 febbraio, ha detto, un gruppo di un migliaio di civili libici è arrivato alla sede della società armato di machete ed armi da fuoco ed ha aggredito i lavoratori.

"Hanno distrutto tutto e si sono portati via tutto", ha detto Festos ad Human Rights Watch.

Si è diretto verso la casa di un amico africano nelle vicinanze, dove alloggiavano 19 altri africani. Più tardi, quella stessa sera, ha detto, degli uomini hanno buttato giù la porta e li hanno aggrediti di nuovo.

"Siamo corsi via tutti", ha detto. "Ho cercato solo di mettermi in salvo".

Alcuni resoconti sostengono che gli africani sub-sahariani sembrano essere particolarmente vulnerabili in quanto Gheddafi avrebbe fatto arrivare per via aerea dei mercenari africani per attaccare i manifestanti anti-governativi. Human Rights Watch ha documentato aggressioni razziste ai danni di migranti africani in alcuni rapporti dal 2006 al 2009.

Sul confine tra Tunisia e Libia, Human Rights Watch ha intervistato sei operai ghanesi, che erano scappati giorni fa dalla Libia dopo essere stati intrappolati per una settimana nel complesso della loro azienda nella città libica di Naroute. Uno degli uomini, Cristopher, ha raccontato che un locale lo ha difeso mentre bande di giovani cercavano di irrompere nel complesso, accusando lui e i suoi connazionali ghanesi di essere mercenari africani al servizio di Gheddafi, e che minacciavano di ucciderli. Hanno anche detto di essere stati fermati circa dieci volte, lungo la strada verso il confine, ai checkpoint controllati da uomini in abiti civili, che hanno sequestrato i loro telefoni e li hanno perquisiti bruscamente, anche facendoli svestire completamente.

Human Rights Watch ha parlato per telefono con un importante esponente dei lavoratori ghanesi a Tripoli, che ha detto di avere assistito all'assalto da parte di una folla inferocita, del suo coinquilino, Feliz, e quattro altri uomini africani, accusati di essere mercenari. Ha riferito che lui e i suoi coinquilini ghanesi sono intrappolati a Tripoli, troppo impauriti per lasciare le  proprie abitazioni, nel timore di venire picchiati o uccisi da folle che li ritengono, erroneamente, assassini prezzolati da Gheddafi.

A Bengasi, la più grande città della Libia orientale, le nuove autorità di fatto hanno costituito un campo per gli sfollati dell'Africa sub-sahariana vicino all'Università di Bengasi, che attualmente ospita almeno 1200 lavoratori africani. Oltre 400 sono cittadini ghanesi, ma Human Rights Watch ha intervistato al campo lavoratori sfollati provenienti da Paesi di tutto il continente, tra cui Somalia, Eritrea, Etiopia, Ghana, Niger, Mali, Burkina Faso, Nigeria, Costa d'Avorio, Sudan e Camerun, oltre ad altri individui di origine africana come degli haitiani.

Alcuni volontari stanno facendo del loro meglio per assistere gli sfollati africani con viveri ed acqua, ma persistono le condizioni di affollamento, scarsa igiene ed insicurezza. Durante una visita di Human Rights Watch al campo il 28 febbraio, gli sfollati hanno raccontato che dei libici armati erano entrati solo poche ore prima, rubando computer ed altri beni di valore.

"Giorno dopo giorno, alcuni governi stanno riuscendo ad inviare navi per evacuare migliaia di loro cittadini, ma gli africani, che sono i più vulnerabili e disperati, rimangono indietro" ha detto Bouckaert. "Se i Paesi europei e gli Stati Uniti sono seri rispetto alle promesse di assistenza umanitaria, dovrebbero prestare assistenza nel rimpatrio di questi migranti africani minacciati ed intrappolati. La messa in moto di un'evacuazione complessa e potenzialmente esplosiva per i propri cittadini è probabilmente al di là della portata di molti Paesi africani".

Le nuove autorità di fatto di Bengasi stanno ospitando circa 2300 migranti non africani in un campo separato, presso un complesso di una ex-fabbrica nel porto di Bengasi. Quasi metà dei lavoratori sfollati di origine non africana sono cittadini bengalesi, ma le autorità di Bengasi stimano che il campo ospiti tra i cinque e i seicento vietnamiti, tra i tre e i quattrocento thailandesi, cento filippini, cento pachistani, e gruppi più piccoli provenienti da altri Paesi.

Oltre alle circa 3500 persone nei due campi, migliaia di altri lavoratori stranieri sono sistemati in altri complessi delle loro fabbriche in attesa di evacuazione. Almeno 1200 bengalesi sono in un complesso differente, così come trecento filippini.

Sul confine tra Libia e Tunisia, le autorità tunisine sono state generalmente accoglienti, ha dichiarato Human Rights Watch, ma queste hanno chiuso la frontiera periodicamente per brevi periodi a causa della loro incapacità di accogliere la grande quantità di persone che preme per entrare.

"La chiave per mantenere il confine con la Tunisia aperto a sub-sahariani in fuga da aggressioni mirate, è smaltire la congestione alla frontiera" ha detto Bouckaert. "I lavoratori migranti dall'Egitto e da altri Paesi dovrebbero essere aiutati a tornare a casa, così che individui disperati che cercano di scappare dalla Libia possano uscire".

Background sulla crisi libica per i lavoratori migranti

In Libia si trova oltre un milione di lavoratori stranieri impiegati in vari settori dell'economia, tra cui il petrolio, l'edilizia, l'agricoltura e i servizi. I lavoratori stranieri provengono da Asia, Africa, Europa e Medio Oriente. Le loro mansioni vanno dalla dirigenza al lavoro non qualificato e alla manodopera giornaliera clandestina. In seguito allo scoppio di proteste a metà febbraio 2011, molte società e fabbriche sarebbero state assaltate e saccheggiate da bande criminali e da altri elementi armati. In seguito a dei resoconti, non confermati, secondo cui Gheddafi avrebbe fatto entrare mercenari africani sub-sahariani per attaccare i manifestanti anti-governativi, i lavoratori migranti africani in particolare sono diventati obiettivo di aggressioni violente.

Fino ad oggi, almeno 140mila cittadini stranieri hanno lasciato la Libia via terra, secondo l'Acnur e l'Oim. Tra questi, ve ne sono circa 69mila, per lo più egiziani, che sono andati in Egitto e oltre 75mila, di varie nazionalità, che sono entrati in Tunisia. Altre 40mila persone non sono ancora state in grado di attraversare la frontiera dalla Libia verso la Tunisia. Oltre diecimila lavoratori egiziani rimangono bloccati in Tunisia, in attesa di un'evacuazione da parte delle autorità egizie. Singoli Paesi hanno anche portato a termine significativi sforzi di evacuazione per i propri cittadini: la Cina ha evacuato circa trentamila cinesi, e l'Ue altri diecimila cittadini dell'Unione.

Benché il diritto internazionale non imponga a Paesi terzi di evacuare o rimpatriare migranti durante emergenze quali quella che si sta verificando in Libia, in circostanze dove gruppi di una determinata nazionalità sono oggetto di persecuzione, come sembra essere il caso specifico dei cittadini africani sub-sahariani che tentano di fuggire dalla Libia, c'è un obbligo a non esporli al rischio di una tale persecuzione.

Cittadini stranieri soggetti a persecuzione non sono rifugiati fin tanto che i loro governi nazionali siano disposti, e nella facoltà, di dare loro protezione. Ma fino a quando sono in grado di avvalersi della protezione dei propri governi, essi hanno essenzialmente le stesse esigenze di protezione di qualunque altro rifugiato, e la comunità internazionale è obbligata ad ostacolare la loro espulsione o il rinvio in uno luogo dove la loro vita o libertà sarebbero minacciate. Qualsiasi cittadino straniero che abbia preso parte a reati gravi, come un mercenario, rimarrebbe responsabile dei propri crimini.

Human Rights Watch sollecita i governi, compresi quelli che sono riusciti ad evacuare i propri cittadini dalla Libia, a rispondere immediatamente e con favore all'appello congiunto di Acnur ed Oim del 1° marzo per un'evacuazione di massa delle decine di migliaia di egiziani e cittadini di Paesi terzi che sono scappati in Tunisia dalla Libia, anche attraverso contributi come trasporto d'emergenza militare. Questi governi dovrebbero anche impegnarsi a coordinarsi a livello internazionale per evacuare cittadini stranieri bloccati a Bengasi che stanno cercando di lasciare la Libia.