(Nairobi, 17 giugno 2010) - La polizia keniota sta compiendo abusi, sul confine somalo e in attigui campi profughi, a danno di rifugiati e richiedenti asilo in fuga dalla Somalia, devastata dalla guerra. È quanto afferma Human Rights Watch in un rapporto uscito oggi. Il Kenya dovrebbe fermare immediatamente le sue violente forze di polizia e l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati dovrebbe incrementare i controlli e fare pressioni per porre fine agli abusi, ha dichiarato Human Rights Watch.

Basato su interviste con oltre 100 rifugiati, il rapporto di 99 pagine dal titolo "‘Welcome to Kenya:' Police Abuse Against Somali Refugees," documenta diffuse pratiche di estorsione da parte della polizia ai danni di richiedenti asilo che tentano di raggiungere i tre campi vicino alla città keniota di Dadaab, il più grande insediamento di profughi al mondo. La polizia fa uso di violenza, arresti arbitrari, detenzione illegale in condizioni inumane e degradanti, minacce di deportazione e procedimenti giudiziari illegittimi per "presenza illegale", al fine di estorcere denaro ai nuovi arrivati - uomini, donne e bambini indifferentemente. In alcuni casi, la polizia stupra anche le donne. Solo nel 2010, centinaia, forse migliaia di somali incapaci di soddisfare le richieste di estorsione sono stati rimandati in Somalia, in flagrante violazione del diritto keniota ed internazionale.

"Coloro che fuggono dal caos in Somalia, per la maggior parte donne e bambini, sono accolti in Kenya con stupri, fustigazioni, pestaggi, detenzione, estorsione e deportazione sommaria," ha detto Gerry Simspon, ricercatore sui rifugiati per Human Rights Watch ed autore principale del rapporto. "Una volta arrivati nei campi, alcuni rifugiati si trovano a fare i conti con ulteriore violenza da parte della polizia, la quale chiude un occhio di fronte alle violenze sessuali da parte di altri rifugiati e dei kenioti del luogo".

Decine di richiedenti asilo, tra i 40.000 che si stima abbiano attraversato il confine con il Kenya, ufficialmente chiuso, in prossimità dei campi nei primi quattro mesi del 2010 hanno riferito ad Human Rights Watch che la polizia ha ignorato le loro richieste di attraversare liberamente il confine. Invece, la polizia ha richiesto loro denaro, li ha deportati o incarcerati, picchiati, e falsamente accusati di presenza illegale se non riuscivano a pagare.  Un keniota che lavora nel soccorso ai rifugiati ha descritto le operazioni di polizia tra il confine e Garissa, la capitale provinciale, come "una grande macchina per fare soldi".

"Welcome to Kenya" documenta anche come la minaccia di intercettamento da parte della polizia e i relativi abusi costringano la maggior parte dei richiedenti asilo a mettersi in viaggio  verso i campi su sentieri secondari, lontani dalla strada principale, dove sono anche esposti alle aggressioni da parte di criminali comuni, che li assaltano, stuprando le donne e rubando il poco denaro in loro possesso.

Una volta nei campi, i rifugiati continuano a doversi scontrare con la violenza della polizia, secondo il rapporto. La polizia è venuta meno nel prevenire, indagare, ed intentare azioni legali nei casi di violenza sessuale contro le donne rifugiate e le ragazze nei campi, da parte di altri rifugiati e dikenioti, creando una cultura di impunità ed accrescendo il rischio di violenza sessuale.

Il rapporto prende in esame anche la politica, illegale, di proibire alla stragrande maggioranza dei rifugiati registrati nei campi di spostarsi in altre parti del Kenya, a meno che abbiano un permesso speciale per visite mediche o motivi di studio a Nairobi. Stando al diritto internazionale, il Kenya deve giustificare ogni proibizione di questo tipo come la misura meno restrittiva necessaria a proteggere la sicurezza nazionale, l'ordine pubblico o la salute pubblica, il che non è avvenuto. Nel 2009, le autorità hanno permesso solo a 6.000 dei circa 300.000 rifugiati di Dadaab di viaggiare al di fuori degli squallidi e sovraffollati campi.

Il rapporto documenta come la polizia arresti i rifugiati che viaggiano senza quei "permessi di spostamento" rilasciati dal governo (e sempre più anche i rifugiati che ne sono in possesso), estorcendo loro denaro e talvolta processandoli a Garissa, dove vengono multati o incarcerati.

"Welcome to Kenya" sostiene che la natura organizzata del giro di estorsione della polizia e gli abusi - estesi per quasi 200 chilometri, dal centro di confine di Liboi fino a Dadaab e Garissa - sia il diretto risultato della decisione del Kenya, di tre anni fa, di chiudere il confine. Human Rights Watch ha dichiarato che la relativa chiusura di un centro di transito per rifugiati a Liboi, a 15 chilometri dal confine e a 80 chilometri dai campi, abbia solo peggiorato le cose.

Prima di chiudere, il centro di transito di Liboi era un posto sicuro dove la grande maggioranza dei richiedenti asilo trovava il primo rifugio in Kenya e dal quale l'agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), li trasferiva nei campi. Si stima che, senza il centro, circa 300.000 Somali in fuga dal proprio Paese verso il Kenya, a partire dal 2007, metà dei quali sono andati nei campi, abbiano dovuto affidarsi a dei trafficanti per attraversare il confine. La polizia sfrutta la natura clandestina del loro viaggio, accusandoli falsamente di entrare in Kenya in modo illegale e minacciandoli di arrestarli a meno di pagare quanto viene loro richiesto.

In base al Kenya Refugee Act, tutti i richiedenti asilo, entro trenta giorni dalla loro entrata nel Paese, devono recarsi presso le più vicine autorità per registrarsi come rifugiati, indipendentemente dal modo o dal luogo di entrata. Ma la polizia, di prassi, ignora questo diritto. Riecheggiando le raccomandazioni alle autorità keniote espresse nel rapporto di Human Rights Watch del marzo 2009, "From Horror to Hopelessness," il nuovo rapporto reitera l'appello alle autorità di aprire un nuovo centro a Liboi dove i richiedenti asilo appena arrivati possano essere ispezionati e da dove possano essere trasferiti, in condizioni di sicurezza, nei campi.

"Per più di tre anni, la chiusura del confine non ha beneficiato nessuno, se non agenti di polizia corrotti, ed ha portato ad abusi indescrivibili ai danni di centinaia, se non migliaia, di richiedenti asilo" ha dichiarato Simpson. "Il Kenya deve garantire un passaggio sicuro e protezione ai vulnerabili rifugiati somali".

Secondo Human Rights Watch, il governo keniota nutre delle serie preoccupazioni di sicurezza relative al conflitto in Somalia, ma la sua retorica politica antisomala ha solo rafforzato il comportamento violento della polizia. I richiedenti asilo dicono che la polizia li accusa di appartenere al gruppo insurrezionale Al-Shabaab o ad Al Qaeda, o di essere "terroristi" prima di, in alcuni casi, respingerli in Somalia. Basandosi su otto casi che comportano il rientro forzato in Somalia di 152 persone, documentati da Human Rights Watch nella sua ricerca del marzo 2010, Human Rights Watch ritiene possibile che la polizia, solo nel 2010, abbia respinto centinaia di Somali, se non migliaia, nel loro Paese.

Il diritto internazionale proibisce il respingimento forzato di rifugiati verso la persecuzione, la tortura o situazioni di violenza generalizzata. Sebbene il Kenya abbia il diritto di impedire che alcuni individui entrino o rimangano nel Paese - compresi quanti sono ragionevolmente ritenuti come una minaccia alla sicurezza nazionale, come i membri di al-Shabaab - non può chiudere i propri confini ai richiedenti asilo. Il diritto internazionale, inoltre, proibisce alle autorità di deportare in Somalia quanti cercano asilo senza prima permettere loro di presentare domanda.

"La polizia afferma di proteggere il Kenya da terroristi e di applicare le leggi sull'immigrazione quando ferma dei rifugiati" ha detto Simpson. "Ma il fatto di estorcere ai Somali del denaro per passare attraverso i posti di blocco e per liberarsi dalla custodia della polizia, suggerisce più una preoccupazione per i loro portafogli piuttosto che per la sicurezza dei loro confini".

Il rapporto esorta l'agenzia delle Nazioni Unite a rafforzare la propria azione di controllo e pressione sulle autorità e di visitare più frequentemente le stazioni di polizia in prossimità del confine e ai centri di Dadaab e Garissa.

Per quanto riguarda le violenze sessuali, le vittime hanno riferito a Human Rights Watch che la polizia ignora le loro denunce, oppure esige da loro delle prove, o abbandona i casi all'improvviso, senza spiegazioni. Nel raro caso in cui la polizia arresti un presunto aggressore, i sospetti vengono solitamente rilasciati dopo qualche ora o giorno, con scarsa speranza di ulteriori interrogatori o di definire delle responsabilità. Molte donne credono che i loro presunti aggressori riescano a corrompere la polizia affinché abbandoni le indagini o lasci andare i sospetti.

Human Rights Watch ha detto che malgrado alcuni progressi dai primi anni novanta, la risposta del governo al problema della violenza sessuale nei campi è inefficace perchè ci sono troppo pochi agenti nei campi con le competenze per indagare questi crimini e perchè c'è una supervisione inadeguata degli agenti che si occupano di questi casi.

"A quasi venti anni dalla loro creazione, i campi rimangono un luogo dove la giustizia per le vittime di stupro è l'eccezione e l'impunità per i colpevoli la regola", ha detto Meghan Rhoad, ricercatrice di Human Rights Watch presso la divisione per i diritti delle donne e autrice della sezione del rapporto riguardante la violenza sessuale. "Le donne rifugiate e le giovani che, con coraggio, si fanno avanti e denunciano alla polizia le violenze sessuali, meritano di meglio".