Il governo italiano interrompa i propri tentativi di espellere un sospetto per la sicurezza nazionale verso la Tunisia, dove questi è esposto al rischio di tortura ed abusi nonostante le inaffidabili promesse di trattamento umano da parte del governo tunisino, ha dichiarato oggi Human Rights Watch in una lettera inviata al governo italiano.

Nassim Saadi, un tunisino residente in Italia, era stato assolto da accuse di terrorismo in Italia nel marzo 2005. Tuttavia, il Ministro degli Interni Giuliano Amato ne ha disposto l’espulsione accelerata ai sensi di una procedura per i casi di terrorismo che nega ai sospetti il diritto di rimanere in Italia in attesa dell’esame del loro ricorso contro l’espulsione. La prassi dell’espulsione accelerata è stata criticata dal Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura in quanto priva di “una protezione efficace” contro la tortura nei casi di rimpatrio.

“Le rassicurazioni di trattamento umano da parte della Tunisia non serviranno a proteggere Nassim Saadi dalla tortura, e il governo italiano lo sa bene”, ha dichiarato Julia Hall, ricercatrice esperta del dipartimento Europa e Asia Centrale di Human Rights Watch. “Invece di rimandare indietro la gente esponendola al rischio di maltrattamenti, Roma dovrebbe esercitare pressioni su Tunisi affinché ponga fine all’abuso di prigionieri”.

Saadi ha presentato ricorso presso la Corte europea dei diritti umani, sostenendo il rischio di tortura nel caso di un suo rimpatrio in Tunisia. Nell’ottobre 2006, la Corte aveva richiesto all’Italia di sospendere la sua espulsione in attesa di una sentenza definitiva sul caso, prevista prima della fine dell’anno. Nel luglio 2007 il governo italiano ha argomentato davanti alla Corte che le promesse avanzate dal governo tunisino secondo cui Saadi sarebbe stato trattato umanamente riducevano il rischio di un suo maltrattamento.

“La Tunisia ha una lunga serie di precedenti di tortura e maltrattamento di prigionieri e in passato ha violato le rassicurazioni”, ha dichiarato Hall. “Le rassicurazioni di Tunisi sono promesse vane, offerte e ricevute nell’inutile tentativo di giustificare un’espulsione illegale”.

Un recente rapporto di Human Rights Watch, Ill-Fated Homecomings: A Tunisian Case Study of Guantánamo Repatriation [Rimpatri maledetti: il caso del rimpatrio di tunisini da Guantánamo] documenta come le autorità tunisine abbiano maltrattato due ex detenuti di Guantánamo Bay rimpatriati in giugno, nonostante l’impegno assunto dalla Tunisia nei confronti del governo degli Stati Uniti, secondo cui costoro sarebbero stati trattati umanamente. Attualmente incarcerati in una prigione tunisina, entrambi hanno riferito a coloro che li hanno visitati di essere trattati così male che avrebbero preferito tornare a Guantánamo.

Le iniziative intraprese dal governo di Romano Prodi nel caso Saadi rappresentano una inversione di rotta rispetto al rifiuto di “rassicurazioni diplomatiche” contro la tortura espresso dal precedente governo. Nel corso di dichiarazioni davanti al Consiglio d’Europa nel dicembre 2005 e nel marzo 2006, un rappresentante italiano aveva espresso animatamente un’opposizione risoluta all’uso di “rassicurazioni diplomatiche” contro tortura e maltrattamenti. L’Italia si era inoltre unita a un gruppo di paesi in seno al Consiglio d’Europa che sostenevano, di concerto con una coalizione di organizzazioni non governative (tra cui Human Rights Watch), che le “rassicurazioni diplomatiche” contro tortura e maltrattamenti non riducono né eliminano il rischio reale di abusi.

“Rimpatriare le persone esponendole al rischio di maltrattamenti compromette i valori fondamentali dell’Europa”, ha dichiarato Hall. “L’Italia non dovrebbe fare affidamento su promesse di trattamento umano provenienti da governi che commettono abitualmente abusi nei confronti di sospetti per la sicurezza nazionale. Tali rassicurazioni non sono nient’altro che una foglia di fico posta di fronte agli abusi”.

Contesto
Nel maggio 2005 un tribunale italiano assolse Nassim Saadi dall’accusa di associazione a delinquere finalizzata al terrorismo internazionale, ma lo riconobbe colpevole dei reati di cospirazione e di falso. Nello stesso mese, Saadi fu riconosciuto colpevole, in contumacia, anche da un tribunale militare in Tunisia e condannato a 20 anni di carcere per appartenenza a una organizzazione terroristica operante all’estero e per incitamento al terrorismo, secondo quanto riferito, sulla base di accuse relative alla sua condotta presunta in Italia.

Saadi presentò ricorso, ma il Ministro degli Interni ne ordinò l’espulsione verso la Tunisia nell’agosto 2006 ai sensi della procedura accelerata creata con la legge 155 del 31 luglio 2005 (il cosiddetto “decreto Pisanu”), che nega esplicitamente a un sospetto per la sicurezza nazionale il diritto di rimanere in Italia durante l’esame del suo ricorso. Nel maggio 2007, il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura ha espresso la propria preoccupazione riguardo “all’applicazione immediata di questi mandati di espulsione, senza alcuna revisione giudiziaria” e ha dichiarato che la procedura “è priva di una protezione efficace” contro i rimpatri a rischio di tortura (refoulement).

Nel suo ricorso presso la Corte europea dei diritti umani, Saadi sostiene di essere esposto al rischio reale di tortura e maltrattamenti e altre violazioni dei diritti umani in Tunisia e che pertanto non può esservi rimpatriato per le vie legali. Nel presentare il suo caso davanti alla corte a luglio, il governo italiano ha sostenuto che l’obbligo assoluto di non rimandare indietro una persona verso tortura o maltrattamenti, sancito dalla giurisprudenza della Corte, dovrebbe essere riconsiderato per permettere un’eccezione all’art.3 della Convenzione europea dei diritti umani (relativo all’obbligo del non-refoulement) per motivi di sicurezza nazionale. Tale eccezione consentirebbe di valutare il rischio di maltrattamento a fronte della presunta minaccia rappresentata dalla persona soggetta a trasferimento.

Il caso di Saadi è solo uno dei diversi altri casi pendenti presso la Corte europea dei diritti umani in cui il Regno Unito e un esiguo numero di altri governi europei stanno cercando di cambiare la giurisprudenza dei tribunali in materia di diritti umani sul divieto assoluto di inviare una persona in un luogo dove egli o ella sia esposta al rischio reale di maltrattamento in virtù della valutazione del rischio cui viene esposto un individuo a fronte del rischio rappresentato per la sicurezza nazionale.