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Italia: i difetti delle procedure di regolarizzazione dei migranti

Lezioni da imparare per il futuro

Un lavoratore migrante raccoglie delle clementine a Corgiliano-Rossano, Calabria, 12 dicembre 2020. © Alfonso Di Vincenzo/KONTROLAB/LightRocket via Getty Images

(Milano) – Il programma di regolarizzazione dell’Italia volto a consentire ai migranti senza documenti di ottenere un permesso di soggiorno, adottato durante l’emergenza Covid-19, non è stato all’altezza delle aspettative, ha detto Human Rights Watch oggi.

È troppo presto per sapere quante persone ne trarranno beneficio. Tuttavia, i difetti nella definizione e nella messa in atto del programma, si sono tradotte in un’occasione sprecata per affrontare le molteplici fragilità dei migranti privi di documenti, tra cui lo sfruttamento diffuso del loro lavoro nel settore agricolo italiano.

“L’Italia è stata giustamente elogiata per aver fornito ai migranti senza documenti la possibilità di regolarizzare la propria posizione durante la pandemia”, ha dichiarato Judith Sunderland, direttrice associata di Human Rights Watch per la divisione Europa e Asia centrale, “ma la triste realtà è che il modo in cui questo intento è stato concepito e realizzato ha finito per escludere centinaia di migliaia di persone, senza neanche riuscire a raggiungere la maggioranza dei braccianti agricoli per i quali era stato originariamente pensato”.

Il programma è stato adottato a maggio 2020 con l’obiettivo di “garantire livelli adeguati di tutela della salute individuale e collettiva” e “favorire l’emersione di rapporti di lavoro irregolari”, ovvero portare alla luce le forme di lavoro sommerso e quello delle persone prive di documenti. In pratica, il provvedimento è nato da un interesse economico strategico, quello di assicurare che i settori essenziali avessero sufficiente manodopera, piuttosto che da una volontà di tutelare i diritti. Le domande pervenute sono state circa 220.000, poco meno di un terzo dei 690.000 migranti senza documenti che si stima vivano in Italia.

Il programma prevedeva due procedure per i migranti privi di documenti per ottenere un permesso di soggiorno temporaneo. Nel primo caso, limitato ai settori agricolo (compreso l’allevamento e la pesca), del lavoro domestico e dell’assistenza alla persona, l’istanza doveva essere presentata dal datore di lavoro; la regolarizzazione poteva riguardare rapporti già esistenti o nuovi contratti, a patto che i cittadini stranieri potessero dimostrare di essere in Italia da prima dell’8 marzo. La seconda opzione, invece, consentiva ai diretti interessati di richiedere un permesso per attesa occupazione, purché fossero titolari di un permesso di soggiorno scaduto dopo il 31 ottobre 2019 e potessero dimostrare di aver già lavorato nel settore agricolo o del lavoro domestico o dell’assistenza alla persona.

Attraverso le interviste condotte con migranti senza documenti a Foggia, Napoli e Roma, nonché con avvocati, organizzazioni umanitarie e sindacalisti, Human Rights Watch ha potuto individuare i punti più critici di questa procedura di regolarizzazione. Innanzitutto, la scelta di limitare il campo di applicazione ha escluso centinaia di migliaia di possibili beneficiari: ad esempio, i lavoratori del settore edile, turistico-alberghiero, logistico e della ristorazione non hanno potuto fare domanda.

Inoltre, probabilmente ha favorito le truffe e l’ulteriore sfruttamento dei migranti più vulnerabili, che hanno riferito di contratti di lavoro fittizi venduti fino a €7.000.

“Essere una persona irregolare, essere una persona fuori dal proprio paese e irregolare, è come essere un animale da solo nella foresta e quando il leone ti vede, ti prende e ti mangia”, ha detto a Human Rights Watch un uomo senza documenti di 35 anni della Costa D’Avorio.

Le domande per l’innovativo permesso di soggiorno per attesa occupazione sono state meno di 13.000, a causa della decisione, in apparenza arbitraria, sulla data di scadenza del permesso precedente e di altri requisiti restrittivi. I richiedenti asilo, molti dei quali rischiano di perdere lo status legale in caso di rigetto delle loro domande, vista l’alta percentuale di rifiuti dell’Italia, sono stati esclusi da questo percorso.

L’incertezza sull’ammissibilità dei richiedenti asilo per le procedure di emersione è stata solo una delle molte questioni che hanno richiesto chiarimenti successivi, fino e addirittura dopo la data di scadenza per presentare le domande. Sebbene molte circolari ministeriali e bollettini informativi abbiano introdotto miglioramenti, la mancanza di chiarezza iniziale può aver limitato il numero delle persone che hanno fatto domanda.

I lavoratori del settore agricolo, che avrebbero potuto fare domanda, hanno incontrato notevoli ostacoli. Solo il 15% del totale delle richieste presentate dai datori di lavoro proveniva da questo settore, a riprova dei limiti di una procedura che dipende dalla volontà di questi ultimi.

I braccianti agricoli spesso non conoscono i loro datori di lavoro a causa del fenomeno del caporalato con la sua rete di intermediari. I caporali avrebbero chiesto migliaia di euro per procurare un contratto. Alcuni lavoratori hanno detto a Human Rights Watch che i loro datori di lavoro hanno chiesto cifre esorbitanti in cambio dell’attivazione delle procedure, mentre tutti coloro che sono riusciti a inviare la domanda hanno dovuto pagare loro stessi il contributo previsto di 500 €.

Nel valutare le domande, le autorità italiane dovrebbero garantire il pieno rispetto dei chiarimenti inclusi nelle circolari applicative a favore dei lavoratori.  I lavoratori i cui datori di lavoro si ritirano dal processo o che sono vittime di truffe non dovrebbero essere penalizzati e le loro domande dovrebbero essere valutate.

Il governo dovrebbe condurre una valutazione indipendente, esaustiva e trasparente delle procedure, ascoltando anche i pareri delle organizzazioni civili e riservando un’attenzione particolare all’impatto sui diritti umani dei lavoratori senza documenti e sul loro accesso alla regolarizzazione. In futuro, questo genere di procedure non dovrebbe essere limitato a settori specifici del mercato del lavoro, dovrebbero concedere più autonomia all’individuo senza che debba dipendere dai datori di lavoro e prevedere salvaguardie contro le truffe. Le autorità dovrebbero anche garantire la certezza legale e la chiarezza degli strumenti normativi prima di metterli in atto, e organizzare campagne informative con congruo anticipo.

L’Italia dovrebbe affermare il suo impegno a rispettare i diritti dei migranti ratificando la “Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie” e firmando il Global Compact per una migrazione sicura, ordinata e regolare.

La pandemia di Covid-19 ha dato un nuovo carattere di urgenza ai programmi di regolarizzazione, sia per ridurre al minimo le violazioni dei diritti che per tutelare la salute pubblica. Sebbene nel corso degli anni i programmi di regolarizzazione in Europa abbiano dimostrato di essere uno strumento politico efficace con benefici sul lungo periodo, (anche se non possono sostituire politiche olistiche di migrazione e asilo che prevedano canali sicuri e legali), rimangono controversi nell’Unione Europea.

“L’Italia potrebbe assumere un ruolo di guida nell’UE se imparasse le lezioni da questa regolarizzazione”, ha commentato Sunderland. “Quando sono ben realizzate, le regolarizzazioni possono rappresentare una via d’uscita da situazioni di vulnerabilità e sfruttamento, e contribuire a gettare le basi per politiche sull’immigrazione più ampie, complete e lungimiranti”.

Per maggiori informazioni sulle procedure e le ricerche realizzate, vedere sotto.  

Fra agosto e ottobre 2020, Human Rights Watch ha condotto interviste sia a distanza che di persona a Milano, Roma e Foggia; le persone coinvolte comprendono 18 migranti di sesso maschile che lavorano nel settore agricolo e domestico, 19 fra avvocati, sindacalisti e rappresentanti delle associazioni che forniscono assistenza ai migranti senza documenti, e un datore di lavoro del settore agricolo. Human Rights Watch ha anche incontrato online funzionari dei Ministeri del Lavoro e dell’Interno, e inviato lettere a tre associazioni di rappresentanza delle imprese agricole: Coldiretti Nazionale, ConfAgricoltura e Cia-Agricoltori Italiani. Coldiretti Nazionale ha risposto per iscritto il 12 novembre. Le altre due non hanno inviato alcuna risposta. Tutti i nomi dei lavoratori sono stati cambiati per proteggere la loro privacy. La ricerca si è concentrata sul settore agricolo a causa del basso numero di domande di regolarizzazione.

Quadro legale e politico

Nonostante la legge internazionale sui diritti umani stabilisca che i migranti senza documenti hanno gli stessi diritti degli altri, alcuni diritti sono soggetti a limitazioni e in pratica queste persone sono esposte alla discriminazione, allo sfruttamento e agli abusi. In mancanza di politiche migratorie olistiche che prevedano canali di migrazione legali e che riducano il numero di coloro che diventano privi di documenti, i programmi di regolarizzazione sono uno strumento efficace per affrontare l’insicurezza e la vulnerabilità di queste persone. Il Global Migration Group, un gruppo composto da varie agenzie delle Nazioni Unite, li ha definite “un mezzo chiave per fermare lo sfruttamento dei migranti in condizioni di irregolarità”.

La Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie del 1990, un trattato cardine sui diritti umani, richiede agli stati contraenti di prendere provvedimenti adeguati a garantire che le situazioni di soggiorno irregolare “non persistano” e contempla la possibilità della regolarizzazione.

Il Global Compact per una migrazione sicura, ordinata e regolare, una dichiarazione di principi non vincolante che l’Italia ha rifiutato di firmare nel 2018, anno della sua adozione, incoraggia gli stati a “sviluppare procedure accessibili e vantaggiose per facilitare le transizioni da uno status all’altro... nonché per facilitar l’accesso ai migranti in situazione di irregolarità  a una valutazione individuale che potrebbe portare a uno status regolare ... con criteri chiari e trasparenti... come opzione per ridurre le vulnerabilità”. L’invito esplicito a creare “opzioni per la regolarizzazione”, che era presente nella bozza originaria del Compact, è stato eliminato.

Le procedure di regolarizzazione non sono una novità nell’Unione Europea. PICUM, una rete di organizzazioni impegnate nella tutela dei migranti senza documenti, ha rilevato che 24 stati membri su 27 hanno attivato qualche forma di regolarizzazione fra il 1996 e il 2018. Uno studio pubblicato nel 2009 dall’International Centre for Migration Policy Development sulle pratiche di regolarizzazione negli stati dell’UE concludeva che l’impatto di queste iniziative era stato complessivamente positivo, con pochi indizi che potrebbero creare un “effetto richiamo”, e potrebbero essere considerate come risposta agli obiettivi generali dell’Unione in materia di politica migratoria.

Gli appelli per regolarizzare i migranti privi di documenti si sono intensificati con la diffusione del Covid-19. Ad aprile, i relatori speciali delle Nazioni Unite sui diritti dei migranti e sulla tratta di persone hanno esortato gli stati a “procedere verso la regolarizzazione dei migranti senza documenti quando è necessario, per garantire loro l’accesso ai servizi sanitari durante la lotta alla pandemia”. A giugno, il segretario generale dell’ONU ha pubblicato le linee guida per il Covid-19 e le persone in movimento, facendo appello ai governi di tutto il mondo perché esplorino “diversi modelli per la regolarizzazione” nello spirito di una sanità pubblica inclusiva e come riconoscimento per “l’importante contributo che le persone in movimento hanno dato alle nostre società durante la crisi”.

Le durissime condizioni di vita e di lavoro dei migranti senza documenti

Secondo le stime, in Italia vivono circa 690.000 migranti senza documenti. L’abolizione del permesso di soggiorno umanitario nel 2018 non ha fatto che ingrossarne le file. L’ISPI, un importante think thank italiano, ha calcolato che il numero delle persone senza status legale è aumentato di circa 37.400 unità fino a luglio 2020, a causa dell’abolizione di questo permesso.

I migranti senza documenti in Italia sono particolarmente esposti alle violazioni dei loro diritti fondamentali. Fra i vari problemi con cui devono confrontarsi ci sono lo sfruttamento lavorativo, gli ostacoli per accedere all’assistenza medica e le difficoltà nel trovare un alloggio dignitoso a un prezzo accessibile. È improbabile che denuncino lo sfruttamento lavorativo per la paura di essere arrestati, detenuti o rimpatriati. Nel 2019, sono stati solo 29 i permessi di soggiorno speciali concessi dalle autorità, ai sensi della legge italiana, ai lavoratori senza documenti che hanno denunciato pratiche di sfruttamento e collaborato nei procedimenti penali.

Il lavoro sommerso e non dichiarato prevale nel settore agricolo. Il Ministero delle Politiche Agricole stima che 150.000 migranti senza documenti lavorino come braccianti. In un anno normale, centinaia di migliaia di lavoratori, provenienti soprattutto dall’Europa dell’est, arrivano in Italia con contratti formali e stagionali.  La chiusura delle frontiere dovuta alla pandemia ha reso impossibile questa migrazione circolare di manodopera, e questo è diventato uno dei principali argomenti a favore del programma di regolarizzazione.

Il lavoro agricolo è caratterizzato da salari bassi, lunghe ore di lavoro, e condizioni di lavoro difficili. Le persone intervistate hanno detto di lavorare fino a 10 ore al giorno per soli 3 € l’ora. Dopo la visita svolta a ottobre 2018, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulle forme contemporanee di schiavitù ha concluso che molti di questi lavoratori erano vittime di “sfruttamento risultante in schiavitù” a causa del lavoro pericoloso, della coercizione e della retribuzione insufficiente.

Le pessime condizioni in cui vivono i braccianti stagionali in Italia sono state ampiamente documentate. Mentre alcuni insediamenti informali sono di natura stagionale, altri sono diventati ghetti permanenti senza accesso né all’elettricità né all’acqua corrente, come quello di Borgo Mezzanone, meglio noto come “la pista”, nell’area di Foggia. Burak, 33 anni, della Sierra Leone, ha vissuto lì per tre mesi prima di trovare una soluzione alternativa, e ai suoi occhi migliore, in un autolavaggio: “Almeno ora ho luce e acqua”, spiega, “senza documenti non si può affittare una casa qui. (...) Nessuno vuole rimanere [nei ghetti] ma è meglio della strada”.

Le preoccupazioni per le condizioni abitative inadeguate e antigieniche, insieme alle difficoltà di accesso alle cure mediche durante l’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19, sono stati alcuni degli elementi a sostegno della necessità di un programma di regolarizzazione. Per legge, le persone senza documenti in Italia possono ottenere un tesserino STP (Straniero Temporaneamente Presente) che dà loro diritto alla stessa assistenza medica degli altri residenti con permessi legali e dei cittadini italiani. Ma le organizzazioni umanitarie che si occupano di migranti hanno documentato le molte barriere logistiche e burocratiche che le persone incontrano nell’ottenere il tesserino e reperire i servizi sanitari, come la scarsità di informazioni, l’impossibilità di registrarsi se non si possiede un indirizzo formale, gli ostacoli linguistici e la generale diffidenza verso le istituzioni pubbliche.

La maggior parte dei lavoratori intervistati afferma di non poter andare dal medico né ottenere cure regolari. Come ha spiegato Burak: “Non posso andare in ospedale senza documenti. Adesso, se sono malato, vado in farmacia”.

Emmanuel, un uomo ivoriano di 35 anni che vive in Italia da quattro anni ha detto: “Essere una persona irregolare, essere una persona fuori dal proprio paese e irregolare è come essere un animale da solo nella foresta e quando il leone ti vede, ti prende e ti mangia…. L'unica cosa che chiediamo, noi che siamo gli ultimi, noi che siamo invisibili, è che pensino a noi”.

Le procedure di regolarizzazione

Il programma di regolarizzazione faceva parte del decreto Rilancio, un ampio pacchetto di aiuti varato a maggio, in piena pandemia, con un duplice obiettivo: “garantire livelli adeguati di tutela della salute individuale e collettiva” e “favorire l’emersione di rapporti di lavoro irregolari”, quindi portare alla luce le forme di lavoro sommerso e  quello delle persone prive di documenti. In pratica però, il provvedimento (il nono programma ad hoc di questo tipo in Italia dal 1982) ha risposto a un interesse economico strategico, quello di assicurare che i settori essenziali avessero sufficiente manodopera, piuttosto che da una volontà di tutelare i diritti.

Il programma prevedeva due procedure amministrative per consentire ai migranti senza documenti di regolarizzare la propria posizione. Nella prima ipotesi, limitata ai settori agricolo (compreso l’allevamento e la pesca), di assistenza alla persona e al lavoro domestico, l’istanza doveva essere presentata dal datore di lavoro per rapporti già esistenti ma non regolarizzati o per nuovi contratti in questi settori, a patto che i cittadini stranieri potessero dimostrare di essere in Italia da prima dell’8 marzo.

In questo caso, la durata del permesso di soggiorno concesso dipendeva dalla lunghezza del contratto di lavoro, ma con la possibilità di convertirlo in un titolo di soggiorno diverso, anche sulla base di un lavoro in altri settori. Poiché uno dei principali obiettivi della legge era far emergere il lavoro irregolare in questi settori a prescindere dallo status del lavoratore, questa procedura era aperta anche ai cittadini italiani e dell’Unione Europea.

La seconda procedura, invece, consentiva alle persone senza documenti di richiedere un permesso di soggiorno di sei mesi per attesa occupazione, purché fossero titolari di un permesso di soggiorno scaduto dopo il 31 ottobre 2019, non rinnovato o convertito in altro titolo, e potessero dimostrare di aver già lavorato nel settore agricolo o di assistenza alla persona o domestico prima di quella data. Anche in questo caso, il permesso sarà convertibile.

Le domande per entrambe le procedure potevano essere presentate dal 1° giugno al 15 agosto. Secondo i dati ufficiali del Ministero dell’Interno, sono pervenute 207.542 richieste di regolarizzazione dai datori di lavoro, l’85% delle quali per il lavoro domestico e servizi di assistenza alla persona e solo il 15% per l’agricoltura. Il permesso di soggiorno per attesa occupazione è stato richiesto solo da 12.986 persone. Questi dati non contengono una ripartizione per genere.

È troppo presto per sapere quante domande saranno accolte. Quello che è già chiaro, tuttavia, è che molti lavoratori senza documenti non hanno neanche potuto usufruire del provvedimento, perché sono stati esclusi a priori a causa del ristretto ambito di applicazione, o per la mancanza di chiarezza sui requisiti necessari per accedervi, e per i limiti di un sistema che dipende dalla volontà dei datori di lavoro.

Principali criticità

Campo di applicazione ristretto

La scelta di limitare il provvedimento ai settori considerati strategici durante la pandemia ha negato a decine di migliaia di persone la possibilità di regolarizzare il proprio status. Ad esempio, i numerosissimi migranti senza documenti impiegati nel settore edile, logistico, turistico-alberghiero e della ristorazione per esempio, non hanno potuto presentare domanda.

Alcune organizzazioni e sindacati, alla luce dell’emergenza sanitaria, hanno chiesto una sanatoria per tutti i migranti residenti in Italia senza status legale, mentre altri hanno proposto emendamenti per ampliare la platea dei beneficiari delle procedure durante la votazione in parlamento per convertire il decreto in legge, a luglio. Tutti gli emendamenti sono stati respinti.

Hamid, 21 anni, egiziano, vive e lavora in Italia dal 2014, ha espresso la sua frustrazione per essere stato escluso: “Avevo un permesso di soggiorno da bambino quando sono arrivato qui, ma l'ho perso [a 18 anni]. Ho sempre lavorato. Ora lavoro in un autolavaggio ... perché non posso [beneficiare] della regolarizzazione?”

Tatiana Esposito, direttrice generale del dipartimento dell’immigrazione e delle politiche di integrazione per il Ministero del Lavoro, ha riconosciuto la portata limitata del provvedimento e ha detto che il dipartimento ha collaborato con altre componenti del governo per ampliare il numero degli interessati nelle circolari applicative. Una circolare di luglio, ad esempio, chiariva che un rapporto di lavoro part-time era sufficiente per inviare la domanda.

Anche il secondo tipo di procedura, il permesso per attesa occupazione, era altrettanto restrittivo. Solo le persone con permesso di soggiorno scaduto dopo il 31 ottobre 2019, non rinnovato o convertito in altro titolo, che potessero dimostrare di aver già lavorato nel settore agricolo, o domestico, o nell’assistenza alla persona prima di quella data hanno potuto fare domanda.

Sui 18 migranti senza documenti intervistati, solo due avevano fatto richiesta attraverso questa procedura. Uno di loro, Ismael, un uomo gambiano di 23 anni, rientrava nei requisiti perché il suo permesso di soggiorno da richiedente asilo era scaduto a dicembre del 2019. Dopo aver deciso di rinunciare all’ultimo ricorso contro il rigetto della sua domanda di asilo, a luglio ha ricevuto il nuovo permesso temporaneo, valido fino a dicembre.

Quattro dei lavoratori intervistati avevano titoli di soggiorno scaduti prima della data limite stabilita. Ad esempio, Ibra, 35 anni, senegalese, è stato escluso dalla procedura per soli 10 giorni: il suo permesso umanitario era scaduto il 21 ottobre.  Non ha potuto rinnovarlo a causa dell'abolizione del permesso umanitario del 2018. Il suo datore di lavoro si è rifiutato di fare la domanda per lui.

Human Rights Watch non ha individuato una logica o una giustificazione per la data limite del 31 ottobre 2019.

Le conseguenze delle lacune nella legge per i richiedenti asilo

Le lacune nel testo della legge hanno generato confusione e potrebbero aver impedito a molti di fare domanda. Il governo ha pubblicato sei circolari per chiarire o specificare i requisiti, i costi e le questioni procedurali, due delle quali a settembre e novembre, ben oltre la scadenza per fare domanda. Oltre alle circolari, il Ministero dell’Interno ha pubblicato alcune delucidazioni su una pagina web dedicata.

In particolare, l’eventuale ammissibilità dei richiedenti asilo, molti dei quali hanno buone possibilità di perdere lo status legale vista l’alta percentuale di domande respinte dall’Italia, non è stata chiara fin da subito e ha richiesto chiarimenti successivi in ben tre circolari diverse. Le autorità avrebbero dovuto garantire la certezza legale e la chiarezza delle procedure di emersione prima di attivarle, e organizzare una campagna informativa con sufficiente anticipo rispetto alle scadenze.

Il 19 giugno, il Ministero dell’Interno ha dichiarato che i richiedenti asilo non potevano fare domande per il permesso di soggiorno per attesa occupazione, poiché si trovano sul territorio italiano legalmente e hanno il diritto di lavorare, ma potevano presentare la richiesta tramite i datori di lavoro, dal momento che la procedura era stata concepita per far emergere il lavoro irregolare, anche per coloro che hanno il diritto di risiedere nel paese.

Il 7 luglio, però, lo stesso Ministero ha chiarito che i richiedenti asilo potevano chiedere il permesso per attesa occupazione, ma se l’avessero ottenuto, avrebbero dovuto ritirare la domanda di asilo. Il 24 luglio, il Ministero ha precisato ulteriormente le opzioni disponibili per i richiedenti asilo che presentavano domanda attraverso il datore di lavoro. Il 13 agosto, due giorni prima della scadenza delle procedure, è stata pubblicata un’informativa in cinque lingue.

Negli ultimi due anni, l’Italia ha respinto un numero record di domande di asilo, anche a causa dell’abolizione del permesso di soggiorno per ragioni umanitarie nel 2018. Tra gennaio del 2019 e metà maggio del 2020 sono state rifiutate più di 91.000 domande, con un tasso di rigetto in primo grado dell’80%.

Due richiedenti asilo hanno detto a Human Rights Watch di non aver preso parte alle procedure di regolarizzazione perché erano convinti di non poterlo fare. Bernard, un uomo ivoriano di 27 anni, ha rivelato che avrebbe voluto fare domanda perché teme di vedersi rifiutato l’asilo e ha paura di perdere definitivamente il suo status legale: “Mi ci vorrebbe fino a domani per dirti tutto ciò che non avrò se diventerò senza documenti”. Un terzo richiedente asilo ha deciso di ritirare la domanda di asilo per poter chiedere il permesso per attesa occupazione. Quando è stato intervistato, aveva già ricevuto, a luglio, un permesso di sei mesi.

La partecipazione dei datori di lavoro

Come nei precedenti programmi di regolarizzazione italiani, la procedura principale passava attraverso i datori di lavoro. Un approccio basato sulla volontà e partecipazione attiva di questi ultimi comporta il rischio di aumentare la vulnerabilità dei lavoratori senza documenti allo sfruttamento e agli abusi. Si è rivelato particolarmente inadatto al settore agricolo. Aboubakar Soumahoro, presidente di un’organizzazione di lavoratori chiamata Lega Braccianti, ha spiegato che la ragione dietro alle poche domande inviate dai lavoratori agricoli è il “potere esclusivamente dato al datore di lavoro che decide vita e morte del bracciante”.

Molti braccianti non conoscono il proprio datore di lavoro. Il diffuso sistema del caporalato si basa sulla presenza di intermediari che gestiscono il reclutamento e il pagamento della forza lavoro agricola in modo arbitrario e informale. Questi intermediari o caporali, che in molti casi hanno rapporti con la criminalità organizzata, fanno da collegamento fra i braccianti e gli imprenditori agricoli. A seconda delle necessità, i lavoratori possono essere mandati a lavorare ogni giorno in un’azienda agricola diversa. La relatrice speciale delle Nazioni Unite sulle forme contemporanee di schiavitù ha definito questo sistema “una delle molte cause e conseguenze di pratiche affini alla schiavitù”, in particolare nel settore agricolo nel sud Italia.

I caporali, molti dei quali sono a loro volta migranti, hanno fatto da intermediari anche nelle procedure di regolarizzazione. Una rappresentante della Caritas, l’organizzazione umanitaria collegata alla chiesa cattolica, ha detto che almeno 10 braccianti nella zona di Foggia le hanno riferito di un caporale che per €3.000 si offriva di trovare un datore di lavoro che presentasse l’istanza per loro.

Human Rights Watch ha intervistato cinque lavoratori che sono riusciti a mettersi in contatto con i datori di lavoro e hanno ricevuto una risposta negativa. Uno di loro è Burak, della Sierra Leone: “Ho chiesto a tutti i miei vecchi padroni che avevano detto di volermi aiutare in passato. Ma quando si è presentata l'occasione, hanno detto di no”. Burak alla fine ha trovato qualcuno che inviasse la domanda con l’aiuto di un sindacato. Moussa, 28 anni, dal Senegal che vive in Italia dal 2014, ha detto di aver chiesto immediatamente al suo datore di lavoro, ma è stato rifiutato: “Con i documenti la mia vita sarebbe migliore. Con i documenti potrei fare la patente, con i documenti cercherei di fare il mio lavoro da meccanico, potrei cercare di fare il mio lavoro, facendo quello che so fare”.

In una circolare di luglio 2020, i Ministeri dell’Interno e del Lavoro hanno chiarito che i lavoratori senza documenti che non riescono a ottenere un contratto e un permesso di soggiorno per motivi indipendenti dalla loro volontà (ad esempio, se il datore di lavoro muore o l’impresa agricola fallisce) sono liberi di firmare un contratto con un altro datore di lavoro. Se questo non fosse possibile, i lavoratori “avranno il diritto di chiedere” un permesso di soggiorno per cercare un’occupazione. A metà novembre, il Ministero dell’Interno ha pubblicato un’altra circolare in cui si prevede che le autorità valuteranno caso per caso, in apparenza con ampia discrezionalità, se concedere al richiedente il permesso di soggiorno per cercare lavoro nell’eventualità in cui il datore di lavoro rescinda formalmente o semplicemente non dia seguito alla procedura.

 Onere finanziario sul lavoratore

Anche se in base alle procedure erano i datori di lavoro a dover corrispondere il contributo forfettario di €500, 8 lavoratori intervistati su 18 hanno detto che i loro datori di lavoro hanno insistito affinché pagassero loro stessi il contributo. Tre di loro non potevano permetterselo e hanno dovuto rinunciare alla possibilità della regolarizzazione. Chi invece ha accettato di pagare, l’ha considerata una via d’uscita dagli insediamenti precari e un’occasione per condurre una vita dignitosa. Omar, del Senegal, ha detto di aver pagato non soltanto il contributo ma di aver dovuto aggiungere €250 per la moglie del suo datore di lavoro che si era occupata della parte burocratica.

La Caritas di Foggia ha riferito di essere riuscita a convincere quattro datori di lavoro sugli otto contattati a presentare la domanda per sei braccianti agricoli. I lavoratori hanno versato il contributo di tasca propria. In seguito, uno dei datori di lavoro ha cambiato idea e deciso di annullare l’appuntamento con la polizia per formalizzare il contratto. I due braccianti che si era impegnato ad assumere adesso rischiano di perdere sia il denaro che l’occasione di ottenere il permesso di soggiorno.

In alcuni casi, i datori di lavoro hanno preteso cifre molto più alte. Mathis, 52 anni, arrivato in Italia dalla Guinea che vive in Italia da 24 anni, ha raccontato che l’uomo per cui lavora da sette anni gli ha chiesto €3.000: “Ho problemi a mangiare, come posso pagare 3000? ho anche proposto che lui avrebbe potuto prendere questi 3.000 euro scontando per ogni giorno nel mio lavoro tot soldi dalla mia paga ma mi ha detto di no, mi ha mandato via”

Lemar, 42 anni, senegalese, vive in Italia dal 2011 e ha perso lo status legale nel 2014, quando non ha potuto rinnovare il permesso umanitario. Anche il suo datore di lavoro gli ha chiesto €3.000: “Non ho fatto la regolarizzazione perché il mio padrone si è rifiutato di prendersi la responsabilità”, ha spiegato.

Mara Di Lullo, direttrice centrale per le politiche dell'immigrazione e dell'asilo del Ministero dell’Interno, ha detto che le autorità potevano fare ben poco al riguardo: “Non abbiamo alcun mezzo per controllare chi paga. Siamo consapevoli che il datore di lavoro potrebbe ricattare il lavoratore. Se questo diventa una scusa per continuare una situazione di illeciti, il lavoratore può andare alla polizia con le prove. Devono avere il coraggio di denunciare”.

Frodi e truffe

Il campo di applicazione ristretto delle procedure di emersione ha probabilmente incoraggiato le domande fraudolente e ha aumentato la vulnerabilità dei migranti senza documenti alle truffe. È un problema che si era già presentato con i programmi analoghi nel 2009 e nel 2012: l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni ha descritto quella che ha definito “truffa generalizzata” in un’area agricola dell’Italia meridionale durante la regolarizzazione del 2009.

Avvocati, sindacalisti e operatori umanitari in tutto il paese hanno detto che alle persone sono state richieste cifre esorbitanti in cambio di contratti fittizi. Secondo queste interviste, la tariffa oscillava tra i €4.000-5.000 di Napoli e i €6.000-7.000 di Roma e Milano.

Human Rights Watch non ha intervistato nessuno che ha detto di aver pagato per un falso contratto, ma in due hanno detto di aver “assunto” qualcuno come collaboratore familiare per permettergli di regolarizzare la sua posizione, senza chiedere denaro in cambio. Sanija, 21 anni, del Gambia, lavora come bracciante a giornata e ha detto di aver trovato una persona disposta a inviare la domanda per assumerlo come lavoratore domestico, quando i suoi attuali datori di lavoro nel settore agricolo si sono rifiutati di regolarizzarlo.

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