Il nuovo Primo Ministro italiano, Paolo Gentiloni, parla al Senato prima di un voto di fiducia. Roma, Italia, 14 dicembre

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Dopo 28 anni di fallimenti, L’Italia è riuscita finalmente ad introdurre il reato di tortura. Eppure, c’è poco da festeggiare.

Il testo approvato in via definitiva dalla Camera lo scorso 5 luglio, risultato di un difficile compromesso dopo ben 4 anni di negoziazioni, non è in linea con le raccomandazioni formulate nel corso degli anni da varie istituzioni europee ed internazionali di cui l’Italia è parte, né conforme ai requisiti del diritto internazionale.

I problemi principali riguardano la formulazione del reato e il periodo di prescrizione previsto.

Distaccandosi dalla definizione contenuta nella Convenzione ONU contro la tortura, ratificata dall’Italia nel 1989, la fattispecie introdotta nell’ordinamento italiano prevede che il reato possa verificarsi solo mediante la realizzazione di “più condotte” (mentre la Convenzione stabilisce che “qualsiasi atto” possa costituire tortura, se sufficientemente grave in base agli standard internazionali). La tortura psicologica, inoltre, è limitata ai soli casi nei quali il trauma psichico sia “verificabile”. Infine, il Parlamento ha bocciato la proposta di raddoppiare i termini di prescrizione per il reato di torura, nonostante la necessità di assicurare che i colpevoli di un crimine tanto grave non sfuggano alla giustizia.

La definzione eccessivamente restrittiva, unitamente alla previsione di un periodo di prescrizione ordinario in un Paese tristemente noto per la lunghezza eccessiva dei processi, comportano il rischio concreto che alcuni casi di tortura restino impuniti e che alle vittime vengano negate giustizia e riparazione. Ciò vuol dire che l’Italia continua a violare le proprie obbligazioni internazionali.

Dopo la difficile approvazione al Senato, la Camera ha preferito non modificare il testo, ignorando le forti preoccupazioni formulate recentemente dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa Nils Muižnieks, che fanno eco a quanto espresso a più riprese da varie ONG italiane, oltre che dal primo proponente della legge, il Senatore Luigi Manconi, dai magistrati che si sono occupati dei fatti el G8 del 2001 di Genova, e da un gruppo di vittime, avvocati e giudici.

L’Italia ha il dovere di ottemperare ai propri obblighi internazionali ed alle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo, e di garantire alle vittime di tortura ed ai loro familiari il diritto ad un ricorso effettivo. Se lo facesse, darebbe maggiore credibilità alla richiesta di verità e giustizia per Giulio Regeni nei confronti delle autorità egiziane.

Con questa legge, purtroppo, quell’obbligo permane, almeno in parte. Così come permane l’obbligo di modificare il testo come necessario per assicurare la sua piena conformità al diritto internazionale. Allora, e solo allora, ci sarà qualcosa da festeggiare.