Cittadini eritrei e sudanesi sul perimetro del "Residency Center" di Holot, nel deserto israeliano di Negev, il 9 gennaio 2014.  Da metà dicembre 2013, le autorità israeliane vi hanno detenuto illegalmente ed indefinitamente migliaia di persone, nel tentativo di forzarli a lasciare il Paese.

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(Tel Aviv, 9 settembre 2014) – Le autorità israeliane hanno costretto circa settemila cittadini eritrei e sudanesi, contro la legge, a tornare nei propri Paesi d’origine dove rischiano gravi violenze, ha affermato Human Rights Watch in un rapporto uscito oggi. Alcuni sudanesi, una volta rimpatriati, sono andati incontro a tortura, detenzione arbitraria e accuse d’alto tradimento in Sudan per aver messo piede in Israele, mentre anche alcuni eritrei rimpatriati sono andati incontro a seri rischi di violenza.

Il rapporto di 83 pagine,  “‘Make Their Lives Miserable:’ Israel’s Coercion of Eritrean and Sudanese Asylum Seekers to Leave Israel”, documenta come i contorti regolamenti israeliani impediscano a richiedenti asilo eritrei e sudanesi di tentare di garantirsi una protezione nell’ambito del diritto israeliano e internazionale. Le autorità israeliane hanno etichettato gli eritrei e i sudanesi una “minaccia”, li hanno marchiati come “infiltrati” e gli hanno negato l’accesso a procedure di richiesta d’asilo eque ed efficaci, per poi far leva sull’incerto status legale che ne risultava come pretesto per detenerli illegalmente, minacciarli, o detenerli indefinitamente, costringendone a migliaia ad andarsene.

“Distruggere la speranza di trovare protezione di alcuni individui, costringendoli in un angolo, per poi dichiarare che stiano lasciando Israele spontaneamente, è chiaramente qualcosa di ingiurioso”, ha detto Gerry Simpson, ricercatore esperto per i rifugiati a Human Rights Watch e autore del rapporto. “Agli eritrei e ai sudanesi in Israele rimane la scelta di vivere con la paura di passare il resto dei loro giorni rinchiusi in un centro di detenzione nel deserto o di rischiare detenzione o violenze in patria.”

Nel 2006 cominciarono ad arrivare in Israele numerosi eritrei e sudanesi, in fuga da diffuse violazioni dei diritti umani nei loro Paesi, attraverso la penisola egiziana del Sinai. Quando Israele chiuse il proprio confine con l’Egitto nel dicembre 2012, circa 37mila eritrei e 14mila sudanesi erano già entrati nel Paese. 

Negli ultimi otto anni, le autorità israeliane hanno applicato diverse misure coercitive per “rendergli la vita penosa” e “incoraggiare i clandestini ad andarsene” nelle parole, rispettivamente, dell’ex ministro dell’interno Eli Yishai e dell’attuale ministro dell’interno Gideon Sa’ar. Tra queste misure, vi sono detenzione indefinita, ostacoli ad accedere al sistema d’asilo israeliano, il rifiuto del 99.9 per cento delle domande d’asilo di eritrei e sudanesi, politiche ambigue sui permessi di lavoro, e dure restrizioni all’accesso a cure mediche.

Dal giugno 2012, le autorità israeliane hanno detenuto, indefinitamente, migliaia di eritrei e sudanesi per essere entrati clandestinamente in Israele, vale a dire senza entrare da un valico di frontiera ufficiale. Dopo che la Corte suprema israeliana ha disposto nel settembre 2013 che tale detenzione era illegale, le autorità israeliane hanno risposto cambiando il nome della loro pratica detentiva e cominciando a imporre ai richiedenti asilo di vivere nel “centro di residenza” di Holot nel remoto deserto israeliano del Negev in condizioni che equivalgono a detenzione, nonostante il cambio di nome.

Nel gennaio del 2014, Human Rights Watch ha parlato con uno dei primi individui ad essere detenuto nella struttura di Holot, un ventunenne eritreo che ha detto “La vita qui ad Holot è la stessa che [nella prigione israeliana] di Saharonim, dove in precedenza mi avevano detenuto per 14 mesi. In tanti qui hanno problemi mentali perché anche loro sono stati detenuti così a lungo. Anche io ho paura di cominciare ad avere quei problemi. Sono stato in prigione così tanto tempo”.

A fine agosto 2013, poco meno di duemila eritrei e sudanesi, tra cui meno di mille che hanno fatto domanda d’asilo, erano detenuti nella struttura di Holot, mentre poco meno di mille erano detenuti nel centro di Saharonim. I rimanenti 41mila eritrei e sudanesi nelle città d’Israele vivono sotto la minaccia dell’obbligo a presentarsi ad Holot.

La detenzione di individui ad Holot infrange la proibizione, prevista dal diritto internazionale, di detenzione arbitraria, in quanto le persone sono ristrette ad un luogo specifico dove non possono esercitare le loro normali attività occupazionali e sociali. I detenuti sono tenuti lì senza alcuno scopo legale e in modo indefinito nell’ambito di una politica migratoria generalizzata di detenzione. Le autorità israeliane mancano di giustificare, caso per caso, le singole decisioni di detenere qualcuno e non c’è un modo effettivo di impugnarle.

L’unico modo che i detenuti hanno per assicurare il proprio rilascio è quello di essere riconosciuti come rifugiati. Tuttavia, le autorità israeliane hanno anche negato, sistematicamente, a eritrei e sudanesi l’accesso a procedure d’asilo eque ed efficaci. Fino alla fine del 2012, le autorità rifiutavano completamente di registrare le loro domande, dicendo che non avevano bisogno dello status di rifugiati perché Israele tollerava la loro presenza nell’ambito di una politica di protezione che estende ad alcune nazionalità.

A febbraio 2013, Israele ha permesso a eritrei e sudanesi di presentare domande d’asilo in quantità notevoli. Tuttavia, fino a marzo 2014, le autorità avevano preso in esame solo poco più di 450 domande, mentre avvocati israeliani di richiedenti asilo affermavano che non ci sono prove che le autorità avessero preso in esame neanche una domanda di richiedenti asilo eritrei che vivevano in villaggi o città israeliane. Il tasso di domande rigettate è stato di quasi il cento per cento.  

L’impatto complessivo di queste politiche è di aver lasciato eritrei e sudanesi senza scelta se non detenzione a vita in Israele o rientro in un Paese dove rischiano persecuzioni o altri gravi violenze.

Sette sudanesi che sono tornati in Sudan hanno riferito a Human Rights Watch di aver lasciato Israele perché lì temevano una detenzione indefinita e hanno riportato di essere stati detenuti e interrogati a Khartoum, capitale del Sudan. Tre sono stati trattenuti per un lungo tempo durante il quale uno ha subito torture, un secondo è stato messo in isolamento, e un terzo è stato accusato di alto tradimento.  

Secondo il diritto sudanese, chiunque abbia visitato Israele rischia fino a 10 anni di prigione in Sudan. Cittadini sudanesi in Israele, pertanto, hanno facoltà di presentare quella che è conosciuta come domanda d’asilo sur place ove il ben fondato timore di persecuzione scaturisce in seguito a eventi che si sono verificati, o ad attività che il richiedente asilo ha intrapreso, dopo aver lasciato il Paese d’origine.

Il destino degli eritrei di ritorno da Israele è sconosciuto, sebbene Human Rights Watch abbia documentato come le autorità eritree usino violenza su alcuni cittadini eritrei di ritorno da altri Paesi.

Secondo l’agenzia Onu per i rifugiati, a causa dei credibili timori di persecuzione relativi alla punizione per diserzione dal servizio militare indefinito in Eritrea, e ad altre violazioni dei diritti umani, nel 2013 è stata concessa, all’83 per cento dei richiedenti asilo eritrei in tutto il mondo, qualche forma di protezione, in netto contrasto allo 0.1 per cento a cui è stato concesso tale status in Israele.

Cittadini eritrei e sudanesi che accettano di tornare nei propri Paesi da Israele sotto la minaccia di detenzione indefinita, dovrebbero essere considerati vittime di refoulment, ha detto Human Rights Watch. Il refoulment, secondo il diritto internazionale, è il rinvio con la forza “in qualunque forma possibile” di un rifugiato o di un richiedente asilo verso il rischio di persecuzione, o di chiunque sia rinviato verso probabile tortura o trattamento inumano e degradante.

“Le autorità israeliane dicono di voler rendere la vita degli ‘infiltrati’ così penosa da fargli lasciare Israele, per poi dichiarare che tali persone ritornino di spontanea volontà nel proprio Paese”, ha detto Simpson. “Il diritto internazionale stabilisce chiaramente che se Israele minaccia eritrei e sudanesi con detenzione a vita, essi non stanno decidendo in libertà di lasciare Israele e rischiano di subire violenze tornando in patria”.

Dal 2008, le autorità israeliane hanno concesso a eritrei e sudanesi permessi di “rilascio condizionale” che devono essere rinnovati periodicamente dopo alcuni mesi. Il mancato rinnovo entro i termini comporta il rischio di arresto, detenzione, e perdita del lavoro, dato che le autorità minacciano di multare chiunque assuma lavoratori non in regola. A fine 2013, le autorità hanno ristretto duramente l’accesso alle procedure di rinnovo dei permessi, generando il caos mentre eritrei e sudanesi provavano disperatamente a rinnovare i propri permessi. Rappresentanti delle comunità interessate hanno detto che lo stress derivante e la mancanza di risorse necessarie a sopravvivere hanno contribuito alla decisione di molti sudanesi ed eritrei di lasciare Israele.

“Make Their Lives Miserable” esamina anche la politica ambigua e opaca delle autorità sui permessi di lavoro, che ha fatto sì che fosse quasi impossibile per molti eritrei e sudanesi trovare e mantenere un impiego, lasciando tanti nel timore permanente di indigenza. In concomitanza con gli ostacoli per ottenere attenzioni mediche, ciò ha contribuito ulteriormente alla pressione per lasciare Israele. 

Israele dovrebbe riconoscere tutti i cittadini sudanesi nel Paese come rifugiati e valutare le domande d’asilo degli eritrei secondo le linee guida dell’Unhcr, ha detto Human Rights Watch.

Dato che un equo esame delle decine di migliaia di domande d’asilo in linea con gli standard internazionali del diritto d’asilo richiederebbe anni, le autorità israeliane dovrebbero concedere a eritrei e sudanesi uno status sicuro di protezione temporanea per un periodo di 12 mesi, rinnovabile sulla base di estese violazioni dei diritti umani nei loro Paesi d’origine. Lo status potrebbe essere revocato una volta che le condizioni siano migliorate sufficientemente da permettere un rientro con dignità e sicurezza, ha detto Human Rights Watch.

“Le autorità israeliane sembrano ostinate nello spendere ingenti risorse per detenere migliaia di persone illegalmente ed esaminando senza convinzione domande d’asilo solo per rigettarle tutte” ha detto Simpson. “Al contrario, dovrebbero rispettare i loro obblighi e proteggere queste persone dando loro, nel frattempo, la possibilità di lavorare e vivere temporaneamente in Israele.”