The sun sets near the Egypt-Israel border on April 30, 2013, sealed off since early 2013 by a five meter high Israeli fence. Trafficking victims told Human Rights Watch that throughout 2012, Egyptian border guards or unknown men fired at them as they approached the border.
 

© 2013 Moises Saman/Magnum

(Berlino) – Trafficanti di esseri umani hanno rapito, torturato e ucciso rifugiati, per la maggior parte eritrei, nel Sudan orientale e nella penisola egiziana del Sinai, secondo decine di intervistati, ha dichiarato Human Rights Watch in un rapporto rilasciato oggi. Egitto e Sudan hanno mancato di identificare e perseguire in modo adeguato i trafficanti, o qualunque funzionario di sicurezza che possa essere stato con essi colluso, infrangendo l’obbligo, di entrambi i Paesi, di impedire la tortura. 

Il rapporto di 79 pagine “‘I Wanted to Lie Down and Die:’ Trafficking and Torture of Eritreans in Sudan and Egypt,” documenta come, dal 2010, i trafficanti egiziani abbiano torturato a scopo di estorsione eritrei nella penisola del Sinai, anche a mezzo di stupri, ustioni, e mutilazioni. Il rapporto documenta anche torture da parte di trafficantinel Sudan orientale e 29 incidenti nei quali vittime hanno detto a Human Rights Watch che agenti delle forze dell’ordine sudanesi ed egiziani hanno facilitato abusi da parte dei trafficanti invece di arrestarli e salvare le loro vittime. Le forze dell’ordine egiziane negano che ci siano violenze da parte dei trafficanti in Sinai, permettendo che esso diventi un riparo sicuro per i trafficanti.  

“Per anni i funzionari egiziani hanno negato le orrende violenze sui rifugiati che si verificano sotto il loro naso in Sinai” ha detto Gerry Simpson, ricercatore esperto di Human Rights Watch e autore del rapporto. “Occorre che Egitto e Sudan pongano fine a torture ed estorsioni di eritrei sul loro territorio, e perseguano trafficanti e qualunque funzionario di sicurezza con essi collusi”.

Dal giugno 2013, le autorità egiziane hanno intensificato le operazioni di sicurezza in Sinai in risposta agli omicidi, quasi settimanali, e alle aggressioni contro polizia e forze militari da parte di gruppi con base in Sinai. Le forze dell’ordine dovrebbero assicurare che le loro operazioni di sicurezza includano l’identificazione e il procedimento a carico dei trafficanti, ha affermato Human Rights Watch.

Il rapporto attinge a 37 interviste di Human Rights Watch con eritrei e 22 di un’organizzazione non-governativa in Egitto. Le persone intervistate hanno detto di aver subìto violenze per settimane o addirittura mesi, nella cittàdi Kassala nel Sudan orientale, o vicino alla città di Arish nel Sinai nord-orientale, vicino al confine tra Egitto e Israele. Human Rights Watch ha anche intervistato due trafficanti, uno dei quali ha ammesso di aver torturato decine di persone.

Il rapporto attinge anche ad interviste condotte da altre organizzazioni non-governative fuori dall’Egitto, che hanno intervistato centinaia di vittime di tortura, e da dichiarazioni dell’agenzia per i rifugiati dell’Onu, l’Acnur, relative alle sue interviste con centinaia di vittime.

Le vittime hanno affermato che i trafficanti egiziani li hanno torturati per estorcere fino a 40mila dollari ai loro parenti. Tutti i testimoni intervistati da Human Rights Watch hanno detto di aver visto o subìto abusi da parte dei trafficanti, compresi stupri sia di uomini che di donne, scariche elettriche, ustioni ai genitali delle vittime e altre parti del corpo con ferri roventi, acqua bollente, plastica fusa, gomma e sigarette, pestaggi con spranghe o bastoni, vittime appese dai soffitti, minacciate di morte, e deprivate per lunghi periodi di sonno. 17 vittime hanno raccontato di aver visto altri morire per le torture.

I parenti che sentivano le vittime urlare attraverso i loro telefoni cellulari hanno detto di aver raccolto e inviato le ingenti somme di denaro pretese dai trafficanti.

Dal 2004, oltre 200mila eritrei sono scappati dalla repressione e dalla povertà in patria verso i remoti campi di confine nel Sudan orientale e in Etiopia, schivando le guardie di confine eritree che hanno l’ordine di fare fuoco per uccidere chi se ne va senza permesso. Non hanno prospettive di lavoro all’interno dei campi o nei loro dintorni e, fino al 2010, a decine di migliaia hanno pagato trafficanti che li hanno portati dal Sinai fino in Israele.

Nel 2011, Israele aveva completato sezioni estese di una ringhiera di 240 chilometri lungo il suo confine con il Sinai per tenerli fuori. Da allora, i trafficanti hanno continuato a rapire eritrei in Sudan orientale e venderli a trafficanti egiziani in Sinai. Ogni eritreo intervistato da Human Rights Watch che è arrivato in Sinai nel 2012, ha affermato di essere stato portato dal Sudan all’Egitto dai trafficanti contro la propria volontà.

Human Rights Watch ha ricevuto nuovi resoconti di traffici dal Sudan orientale al Sinai aggiornati al novembre 2013 e gennaio 2014.

Degli eritrei hanno detto a Human Rights Watch che la polizia sudanese, nella remota città orientale di Kassala, nei pressi di alcuni tra i più antichi campi profughi dell’Africa, li ha intercettati al confine, detenuti arbitrariamente, e passati a dei trafficanti, persino all’interno di stazioni di polizia.

Alcune delle vittime hanno anche detto di aver visto come dei funzionari di sicurezza egiziani fossero collusi con i trafficanti ai checkpoint tra il confine sudanese e l’Egitto presso il canale di Suez, sullo stesso canale, pesantemente sorvegliato, o ai checkpoint sull’unico ponte percorribile per attraversare il canale, nelle case dei trafficanti, ai checkpoint nelle città del Sinai, e nei pressi del confine con Israele.

Nonostante la notorietà diffusa dei traffici in Sinai e la gravità delle violenze, alti funzionari egiziani hanno ripetutamente negato che questi abbiano luogo. I pochi che riconoscono i possibili abusi dicono che non ci sono abbastanza indizi per avviare indagini.

Nel dicembre 2013, un pubblico ministero egiziano ha intentato un procedimento a carico di un complice, che vive al Cairo, di un trafficante del Sinai, secondo un avvocato che rappresenta le vittime dei trafficanti. Stando a gruppi internazionali che seguono casi di traffico umano in Sudan, le autorità sudanesi hanno perseguito 14 casi che interessano trafficanti di eritrei nel Sudan orientale. A fine del 2013, il Sudan aveva perseguito 4 funzionari di polizia, in relazione alle accuse di traffico e tortura, e l’Egitto nessuno.

Il fallimento di entrambi i Paesi nell’indagare e perseguire in modo adeguato trafficanti che usano gravi violenze sulle proprie vittime, e le presunte collusioni di agenti delle forze dell’ordine, costituiscono una violazione della Convenzione dell’Onu contro la tortura, il diritto internazionale dei diritti dell’uomo e, nel caso dell’Egitto, l’infrazione di leggi nazionali ed internazionali contro il traffico di esseri umani, ha dichiarato Human Rights Watch.

L’Egitto dovrebbe usare le sue accresciute forze di sicurezza nel Sinai per catturare i trafficanti, in particolare nei pressi della città di Arish, e per indagare su agenti delle forze dell’ordine con loro collusi presso il canale di Suez e in Sinai. Il Sudan dovrebbe indagare sulla collusione tra trafficanti e alti funzionari di polizia a Kassala e dintorni, compreso all’interno delle stazioni di polizia.

“Egitto e Sudan stanno fornendo a presunti agenti di sicurezza corrotti un via libera per lavorare con i trafficanti”, ha detto Simpson. “È ormai passato il tempo per Egitto e Sudan di nascondere la testa nella sabbia ed è arrivata l’ora di prendere azioni efficaci per porre fine a queste violenze sconcertanti”.

Quando i trafficanti liberano gli eritrei le cui famiglie hanno pagato il riscatto, la polizia di confine egiziana spesso li intercetta e li trasferisce nelle mani di procuratori militari, per poi detenerli per mesi in condizioni inumane e degradanti nelle stazioni di polizia del Sinai, hanno affermato le vittime. Le autorità egiziane negano alle vittime di traffico umano i diritti loro spettanti in base alla legge egiziana del 2010 sulla lotta al traffico di esseri umani, che sancisce che dovrebbero ricevere assistenza, protezione e immunità dall’azione penale.

Invece, le autorità portano a loro carico accuse di reati d’immigrazione, e negano loro l’accesso a cure mediche, di cui hanno bisogno urgente, così come all’agenzia per i rifugiati dell’Onu, l’Acnur, che vaglia le domande d’asilo in Egitto. Le autorità egiziane hanno ripetutamente dichiarato che tutti gli eritrei intercettati in Sinai sono immigrati clandestini, non rifugiati, ignorando il fatto che dalla metà del 2011 il più delle vittime di traffico umano in Sinai sono state portate dalSudan all’Egitto contro la loro volontà.

Le autorità egiziane rilasciano i detenuti eritrei solo quando hanno messo insieme una somma tale da permettere l’acquisto di un volo per l’Etiopia. Una volta lì, in molti tornano al punto di partenza, vivendo nei campi profughi vicino all’Eritrea dove si erano originariamente registrati come rifugiati.

I donatori internazionali dell’Egitto, compresi gli Stati Uniti e l’Unione europea e i loro stati membri, dovrebbero premere sulle autorità egiziane e sudanesi affinché indaghino e processino i trafficanti, e perché si faccia chiarezza su qualunque collusione con i trafficanti da parte dei funzionari di sicurezza.

“È troppo tardi per le vittime di tortura e traffico umano che hanno passato l’inferno in Sinai”, ha detto Simpson. “Ma la comunità internazionale può cercare di impedire a centinaia di altri eritrei di cadere nelle mani di trafficanti violenti, e allo stesso tempo insistere che i crimini passati non rimangano impuniti”.

Per estratti dettagliati di quattro delle interviste di Human Rights Watch con eritrei che descrivono abusi e collusione con le forze dell’ordine, si prega di leggere di seguito.

Selezione di testimonianze degli eritrei intervistati per il rapporto

“Mi appendevano dalle braccia, e mi capovolgevano dalle caviglie. Mi picchiavano e frustavano la schiena e la testa con una frusta di gomma. Mi percuotevano sulla pianta dei piedi con tubi di gomma. Mettevano acqua sulle ferite e poi le colpivano. A volte mi davano scariche elettriche, mi bruciavano con ferri roventi, e versavano su schiena e braccia gomma e plastiche fuse. Minacciavano di tagliarmi le dita con delle forbici. A volte arrivavano nella stanza, portavano le donne fuori, e poi potevo sentirle urlare. Tornavano in lacrime. In quegli otto mesi, ho visto sei persone morire per via di queste torture.”

- Intervista di Human Rights Watch ad un diciassettenne eritreo, rapito nel Sudan orientale nell’agosto del 2011 e trasferito nelle mani di trafficanti in Sinai che gli hanno inflitto violenze per otto mesi fino a che i suoi parenti hanno pagato 13mila dollari.
 

“Mi picchiavano con una sbarra di metallo. Mi versavano plastica fusa sulla schiena. Mi percuotevano le piante dei piedi e poi mi obbligavano a stare in piedi per periodi protratti di tempo, a volte per giorni. A volte mi minacciavano di uccidermi e mi puntavano una pistola alla testa. Mi appendevano dal soffitto così che le gambe non potessero raggiungere il pavimento, e mi davano scariche elettriche. Una persona è morta dopo essere stata appesa per 24 ore dal soffitto. Lo abbiamo visto morire”.

- Intervista  di Human Rights Watch ad un ventitreenne eritreo che era stato rapito da trafficanti nei pressi del campo profughi di Shagarab in Sudan nel marzo del 2012 e passato a trafficanti egiziani, nell’Egitto meridionale, che lo hanno portato in Sinai dove è stato trattenuto con altri 24 uomini e otto donne per sei settimane.
 

“Arrivai a Kassala [in Sudan orientale]. La polizia mi fermò e mi portò in una loro stazione. Mi chiesero se avessi parenti all’estero e dissi di no. Il mattino successivo, la polizia aprì la porta e c’erano due uomini accanto a loro che mi guardavano. Parlo un po’ di arabo e ascoltai un po’ di quello che si dicevano. Uno degli uomini chiese ai poliziotti ‘Questi uomini hanno famiglie che possono pagarci?” e lui rispose ‘Sì’. Il giorno dopo la polizia ci portò a una macchina parcheggiata davanti alla loro stazione. Quegli stessi due uomini erano in macchina. La polizia mi disse di entrare in macchina e quegli uomini mi portarono nel deserto a circa un’ora di distanza”.

- Intervista  di Human Rights Watch ad un ventottenne eritreo su come la polizia sudanese lo avesse passato a dei trafficanti nel novembre 2011. È stato trasferito a dei trafficanti in Egitto che gli hanno inflitto delle gravi violenze.
 

“Al canale di Suez, l’autista ci disse di scendere dal bus e ci fu detto di aspettare in un’abitazione, a circa 150 metri dall’acqua. Poco dopo che era sceso il buio, la polizia egiziana – in uniformi blu – arrivò e poco dopo arrivò una barca. I trafficanti caricarono 25 di noi sulla barca, mentre la polizia se ne stette a guardare a 50 metri di distanza. Attraversammo il canale. Dall’altro lato c’erano tre soldati, con uniformi beige a pois e pistole, accanto ad alcuni uomini che sembravano beduini. Sotto lo sguardo dei soldati, i beduini ci hanno caricato sul retro di due furgoncini civili, dicendoci di sdraiarci, e ci coprirono con un telo di plastica.”

- Intervista di Human Rights Watch ad un trentaduenne sudanese sulla polizia egiziana e la collusione dell’esercito con i trafficanti nei pressi del canale di Suez. È stato trattenuto e sottoposto a gravi violenze in Sinai nell’aprile 2011.