A man is rescued from the mediteranean sea by a member of Proactiva Open Arms NGO some 20 nautical miles north of Libya on October 3, 2016. 

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(Milano) – Le misure per affrontare la migrazione via mare nel Mediterraneo centrale – proposte il 3 luglio scorso dal commissario per la migrazione dell’Unione europea e dai ministri dell’interno di Italia, Francia e Germania – non sono affatto all’altezza di quanto necessario, ha detto oggi Human Rights Watch.

I ministri dell’interno dell’Ue, riuniti in summit informale il 6 e il 7 luglio, dovrebbero esplorare piani più ambiziosi per assicurare una condivisione più equanime di responsabilità per le vite e i diritti di coloro che fuggono dalla Libia, anche in merito agli sbarchi ed ai piani di ricollocamento.

“Queste proposte sulla migrazione non possono essere considerate come un autentico piano di azione per la condivisione di responsabilità. Il che non è un bene per l’Ue, non è un bene per l’Italia ed è terribile per le persone in fuga dalla Libia,” ha detto Judith Sunderland, direttore associato per Europa e Asia Centrale a Human Rights Watch. “Obiettivi di lungo termine, per quanto lodevoli, non possono eclissare la dura realtà del presente: visti gli abusi,  l’assenza di un sistema d’asilo, edi conflitti in corso, le autorità libiche non sono in grado di garantire il rispetto dei diritti e la protezione delle persone.”

Le misure tracciate ieri prevedono, per la maggior parte, il rafforzamento degli attuali piani in merito allo sviluppo delle capacità del Governo di accordo nazionale (GNA) per il controllo dei confini della Libia, l’aumento dei rimpatri dai Paesi dell’Ue, e il ricollocamento di alcuni richiedenti asilo dall’Italia verso altri Paesi dell’Ue. Il GNA, che gode del riconoscimento dell’Onu e ha sede a Tripoli, è uno dei tre governi in lotta per la legittimità internazionale e il controllo del territorio.

La dichiarazione congiunta segue la richiesta italiana di far sbarcare migranti e richiedenti asilo soccorsi nel Mediterraneo in altri Paesi dell’Ue, e la dichiarazione del ministro dell’interno italiano sulle valutazioni in corso di  circa il blocco degli sbarchi in Italia di migranti e richiedenti asilo soccorsi da navi con bandiera diversa da quella italiana e non facenti parte delle operazioni navali internazionali. L’Italia svolge, o coordina, di fatto, praticamente tutte le operazioni di soccorso nel Mediterraneo, e circa 85mila persone sono state fatte sbarcare in Italia da gennaio. Oltre 2mila sono morte in mare nel corso dell’anno.

Occorrerebbe esplorare un piano ben coordinato per la condivisione di responsabilità sugli sbarchi tra i Paesi dell’Ue che affacciano sul Mediterraneo, in particolare Malta, Francia e Spagnaper alleviare la pressione sul sistema di accoglienza dell’Italia, ha detto Human Rights Watch.

Invece, la dichiarazione  sollecita l’accelerazione dello schema Ue di ricollocamentoricollocamento già esistente, con Francia e Germania che si impegnano ad aumentare i propri sforzi. Il piano di ricollocamentoricollocamento era stato tracciato in modo limitato ed eseguito malamente, e persino nella migliore delle circostanze gioverà solo a una piccola parte di coloro che raggiungono le coste italiane, ha detto Human Rights Watch.

Francia, Germania, e altri stati membri dell’Ue dovrebbero adottare criteri di idoneità più ampi per permettere a più persone di accedere al piano di ricollocamento, e far sì che le richieste di ricollocamento di minori non accompagnati, e di coloro che hanno parenti in Paesi dell’Ue, siano esaminate rapidamente.

La dichiarazione comprende anche la proposta di un codice di condotta per le organizzazioni non governative che prestano soccorso in mare. Maggiore coordinamento, codici di condotta, e buone norme, sono importanti per tutti coloro che sono coinvolti in operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. I governi dei paesi dell’Ue dovrebbero riconoscere l’importanze delle importanti operazioni di salvataggio svolte dalle ONG, operando spesso in aree del Mediterraneo dove le navi dell’Ue, che agiscono sotto Frontex e l’operazione anti-traffico EUNAVFOR MED, non sono presenti, ha detto Human Rights Watch.

Qualunque siano le nuova disposizioni o istruzioni sulla risposta alle situazioni di emergenza in mare, esse dovrebbero assicurare che le navi dell’Ue non siano obbligate a cedere operazioni di soccorso in acque internazionali alle forze libiche, e dovrebbero garantire che qualunque nave nelle vicinanze adempia al proprio obbligo di prestare soccorso in acque territoriali libiche, in situazioni di rischio imminente per le vite umane.

Migranti e richiedenti asilo in Libia sono esposti a detenzione arbitraria in condizioni orrende e a un ben documentato rischio di gravi abusi, tra i quali lavori forzati, tortura e violenze sessuali. Le forze frammentate della Guardia costiera libica non hanno la capacità di adempiere in sicurezza ai propri obblighi di ricerca e soccorso. A quanto è dato sapere da Human Rights Watch, EUNAVFOR MED e rilevanti stati membri e istituzioni dell’Ue non hanno ancora messo a punto un meccanismo per monitorare l’addestramento delle forze della Guardia costiera libica o gli sforzi per migliorare le condizioni nei centri di detenzione.