Il governo libico sottopone migranti, richiedenti asilo e rifugiati a gravi abusi dei diritti umani, tra cui percosse, arresti arbitrari e rimpatri forzati, afferma Human Rights Watch in un rapporto pubblicato oggi.

Attualmente l’Unione Europea sta negoziando con la Libia operazioni congiunte di pattugliamento allo scopo di bloccare l’immigrazione. Tuttavia, i membri dell’Unione Europea, tra cui figura in prima linea l’Italia, non hanno spinto la Libia a rispettare i diritti delle centinaia di migliaia di stranieri che ospita.

Le 135 pagine del rapporto intitolato “Arginare i Flussi: Abusi contro migranti, richiedenti asilo e rifugiati” documentano le modalità con cui le autorità libiche hanno proceduto all’arresto arbitrario di stranieri privi di documenti, maltrattandoli durante la detenzione, e li hanno rimpatriati con la forza in paesi in cui avrebbero potuto essere esposti al rischio di persecuzione o tortura, come Eritrea e Somalia. Secondo i dati ufficiali forniti dalla Libia, dal 2003 al 2005, il governo ha rimpatriato all’incirca 145.000 stranieri.

“La Libia non è un paese sicuro per migranti, richiedenti asilo e rifugiati” ha dichiarato Bill Frelick, direttore del programma rifugiati di Human Rights Watch. “L’Unione Europea sta lavorando con la Libia per impedire a queste persone di raggiungere l’Europa piuttosto che assisterle fornendo loro la protezione di cui hanno bisogno”.

Nell’ultimo decennio, centinaia di migliaia di persone sono giunte in Libia, per lo più da paesi dell’Africa subsahariana, per stabilirsi nel paese o per proseguire verso l’Europa. Molti di questi stranieri erano spinti da motivazioni economiche, ma alcuni erano in fuga dai loro paesi di origine a causa di persecuzioni o guerre. Se in un primo tempo in Libia gli africani subsahariani erano stati visti con favore in quanto manodopera a basso costo, ora devono sottostare a sempre più rigidi controlli sull’immigrazione, a detenzioni e deportazioni.

Tre testimoni hanno riferito a Human Rights Watch che gli abusi fisici da parte delle forze di sicurezza hanno determinato la morte di un detenuto straniero. In tre testimonianze risulta anche che i funzionari della sicurezza minacciavano di violenza sessuale le donne detenute. Sebbene negli ultimi anni le condizioni di detenzione siano migliorate, vi sono prove di come molti di questi abusi persistano.

Alcuni intervistati hanno riferito a Human Rights Watch di aver visto o sperimentato durante l’arresto o la detenzione la corruzione della polizia. Previa una tangente, funzionari della sicurezza lasciavano andare i detenuti o consentivano loro di fuggire.

Il governo libico sostiene che l’arresto di stranieri privi di documenti sia necessario per motivi di ordine pubblico e che le forze di sicurezza effettuano gli arresti seguendo le disposizioni di legge. Funzionari hanno riferito a Human Rights Watch che alcune guardie di frontiera e agenti di polizia erano ricorsi a un uso eccessivo della forza, ma che si trattava di casi isolati sanzionati dallo Stato.

Secondo le statistiche fornite dal governo, sono all’incirca 600.000 gli stranieri che vivono e lavorano legalmente in Libia, in un paese che conta circa 5,3 milioni di abitanti. Tuttavia, in Libia il numero degli stranieri privi dei documenti necessari va da 1 milione a 1 milione e 200.000, aspetto che mette a dura prova le risorse e infrastrutture del paese.

Un problema sovrastante è costituito dal rifiuto da parte della Libia di introdurre leggi o procedure specifiche sul diritto di asilo. La Libia non ha firmato la Convenzione sui rifugiati del 1951, e il governo non sta compiendo alcun tentativo per identificare i rifugiati o altre persone che necessitano di protezione internazionale. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) ha un proprio ufficio a Tripoli ma non esiste alcun accordo formale di collaborazione con il governo.

Alcuni funzionari libici hanno riferito a Human Rights Watch che il paese non offre asilo perché nessuno degli stranieri nel paese è un rifugiato. Altri, più candidamente, hanno dichiarato a Human Rights Watch di temere di aprire le porte ai richiedenti di asilo quando l’obiettivo del governo è quello di ridurre il numero di stranieri. Un alto funzionario ha dichiarato senza mezzi termini che se la Libia fornisse l’opportunità di richiedere asilo, gli stranieri “arriverebbero come le cavallette”.

“Il governo libico afferma di non deportare rifugiati” ha dichiarato Frelick. “Ma in mancanza di leggi o procedure in materia di asilo, come può una persona a rischio di persecuzione presentarne richiesta? Chi e su quali basi esaminerà la sua domanda?”

Human Rights Watch ha intervistato 56 tra migranti, richiedenti asilo e rifugiati durante la preparazione del rapporto, sia in Libia che in Italia. Di queste persone, 17 avevano ottenuto all’epoca dell’intervista lo status di rifugiati o dall’UNHCR o dal governo italiano. Altre 13 erano in attesa che l’Italia rispondesse alla loro domanda d’asilo.

Il rapporto documenta inoltre il trattamento degli stranieri da parte della giustizia penale libica. In Libia, stranieri hanno riferito di casi di violenza da parte della polizia, violazioni del diritto a un giusto processo, compresi casi di tortura e processi iniqui. Sono soprattutto gli africani subsahariani a subire l’ostilità da parte di una popolazione locale xenofoba, espressa sotto forma di accuse gratuite di criminalità, attacchi fisici e verbali, vessazioni ed estorsioni. Alti ufficiali libici hanno attribuito agli stranieri la responsabilità per l’aumento della criminalità e per le preoccupazioni di tipo sanitario come l’HIV/AIDS.

Un’ampia sezione del rapporto prende in esame le politiche in tema di migrazione e di asilo da parte dell’Unione Europea, la sua stretta collaborazione con la Libia nel controllo dell’immigrazione, e la mancanza di una adeguata attenzione ai diritti dei migranti e di protezione dei rifugiati e degli altri soggetti a rischio di abusi una volta rimpatriati nei rispettivi paesi di origine.

L’Italia, il paese maggiormente interessato dalle migrazioni dalla Libia, ha violato ampiamente il diritto internazionale durante l’ultimo governo del primo ministro Silvio Berlusconi, ha dichiarato Human Rights Watch. Tra il 2004 e il 2005, il governo ha espulso verso la Libia più di 2.800 migranti – compresi molto probabilmente rifugiati e altre persone che necessitavano di protezione internazionale – e il governo libico li mandava poi nei loro paesi di origine. In alcuni casi le autorità italiane hanno effettuato espulsioni collettive di grandi gruppi di persone senza un adeguato esame del loro potenziale status di rifugiati.

Il governo italiano ha negato a Human Rights Watch l’accesso al principale centro di detenzione per le persone provenienti dalla Libia, situato sull’isola di Lampedusa, ma testimoni oculari hanno riferito condizioni insalubri, sovraffollamento e abusi fisici da parte delle guardie.

In uno sviluppo positivo, l’attuale governo di Romano Prodi ha dichiarato che non effettuerà espulsioni di soggetti verso paesi che non hanno firmato la Convenzione sui rifugiati, Libia compresa. A partire da quest’anno, alcune organizzazioni internazionali sono state autorizzate ad accedere alla struttura di Lampedusa, e l’attuale governo ha formato una commissione d’inchiesta sulle condizioni nei centri di detenzione per immigrati nel paese.

“Il governo Prodi ha compiuto un passo positivo ponendo fine alle espulsioni collettive e ha riconosciuto che la Libia non è un paese sicuro per il rimpatrio”, ha dichiarato Frelick. “Ora deve assicurare che per chiunque giunga in Italia o sia intercettato in mare vi sia la concreta opportunità di presentare domanda di asilo”.