Dal 2014, le organizzazioni non-governative (Ong) hanno colmato un vuoto mortale nelle operazioni di salvataggio marittimo, pattugliando le acque internazionali antistanti il limite di 12 miglia navali che demarca le acque territoriali libiche, cioè l’area dove barconi stracolmi e in cattive condizioni hanno più probabilità di trovarsi bisognosi d’aiuto.

Determinati a fermare i richiedenti asilo in arrivo via nave in seguito a un balzo negli sbarchi nel 2015, i governi europei hanno adottato misure che, sotto le spoglie di salvare vite, finiscono per intrappolare le persone in contesti di violenze. Nell’ottobre del 2016, le forze europee hanno cominciato ad addestrare le forze della Guardia costiera libica schierate col governo di accordo nazionale (GNA), una delle due alleanze in lotta per il controllo del Paese. A febbraio, l’Italia (con il sostegno dell’Ue) ha accelerato i propri sforzi per assicurare che le forze libiche fossero in grado di intercettare imbarcazioni di migranti e rinviarle in Libia. Con crudeltà, hanno anche cercato di limitare la capacità delle Ong di svolgere operazioni vitali di ricerca e soccorso.