Una barca di legno con 29 persone a bordo, perlopiù siriane, poco prima del salvataggio e trasbordo sull’Aquarius. 10 ottobre 2017.

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L’approccio disumano dell’attuale governo italiano verso rifugiati e migranti non è mai caduto così in basso.

Il 23 settembre è emerso che l’Italia avrebbe fatto pressioni su Panama perché ritirasse l’uso della propria bandiera sull’Aquarius, la sola nave di soccorso non governativa attiva al largo della costa libica. Il giorno dopo, il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto per limitare drasticamente l’accesso all’asilo, diminuire l’assistenza ricevuta dai richiedenti asilo, ed aumentare la detenzione di immigrati.

Lo stop all'attività dell'Aquarius rischia di far salire ulteriormente  il bilancio delle vittime della rotta migratoria più letale del Mediterraneo . Almeno 1260 persone sono morte o andate disperse quest'anno nel Mediterraneo centrale - tra Libia/Tunisia e Italia/Malta - secondo l'Organizzazione internazionale per le migrazioni. I governi di altri stati membri dell'Ue dovrebbero offrire la propria bandiera all'Aquarius in modo che possa tornare a svolgere attività di soccorso in mare.

Il "decreto Salvini", che prende il nome dell'”uomo forte” del governo, vicepresidente del consiglio e ministro dell'interno, renderà le vite dei sopravvissuti che, contro ogni probabilità, riescano a raggiungere il territorio italiano di gran lunga più dure.    

Il decreto, che entrerà in vigore se e quando verrà firmato dal Presidente della Repubblica, restringe i criteri per l'ottenimento di un visto umanitario per rimanere in Italia. Questi visti hanno aiutato persone che sono state vittime, anche in Libia , di avversità estreme e violenze, ma che non rientrano nella definizione ristretta di rifugiato prevista dalla Convenzione sui rifugiati del 1951. Il decreto limita anche l'accesso a centri d’accoglienza specializzati per richiedenti asilo vulnerabili, in aggiunta ai 20mila posti già tagliati da quando il governo si è insediato a giugno, e raddoppia il limite del periodo di detenzione in attesa di rimpatrio, da 90 a 180 giorni.

Il decreto allarga la lista di reati per i quali lo status di rifugiato può venire revocato e permette alle autorità di rigettare una richiesta di asilo persino se l'interessato è semplicemente accusato di uno qualsiasi di tali reati, anche se non dovesse essere condannato. Queste misure, verosimilmente, infrangono la Convenzione sui rifugiati del 1951 e la legislazione sull'asilo dell'Ue.

L'Agenzia dell'Onu per i rifugiati e la Commissione europea dovrebbero rendere noto alle autorità italiane che il decreto va contro gli obblighi stabiliti dal diritto internazionale e regionale. Il Parlamento italiano, che ha sessanta giorni per esaminare e convertire in legge il decreto, dovrebbe intervenire come necessario per assicurareche la legge rispetti gli obblighi che l'Italia è tenuta ad osservare.