Migrants on a boat that they tried to take to Italy, after being detained at a Libyan Navy base in Tripoli on September 20, 2015.

© 2015 Reuters

L’Italia e l’Olanda hanno iniziato le operazioni di addestramento di ufficiali della Guardia costiera e della Marina libica a bordo di navi nel Mediterraneo ad ottobre.  L’addestramento fa parte di un’operazione dell’Unione europea contro il traffico di essere umani nel Mediterraneo centrale con l’obiettivo di potenziare “la capacità della Libia di contrastare la tratta ed il traffico di esseri umani… e di effettuare attività di ricerca e soccorso.”

Questa iniziativa, in apparenza chiara e persino lodevole, presenta in realtà una serie di problemi etici e legali.  

Prima di tutto, cosa succederà alle persone intercettate o soccorse dalla Guardia costiera o dalla Marina libica?  È assai probabile che la maggior parte, se non tutte, finiranno nei centri di detenzione libici, lerci e sovraffollati, dove maltrattamenti, lavori forzati e violenze sessuali sono dilaganti. Negli anni, insieme a colleghi di Human Rights Watch, ho parlato con centinaia di migranti e richiedenti asilo circa le violenze subite da parte di funzionari governativi, trafficanti, e membri di milizie e bande criminali in Libia

A settembre, il capo della missione Onu in Libia ha definito le condizioni di migranti, rigugiati e richiedenti asilo in Libia “orrende.” Martin Kobler ha affermato che la missione si propone di “porre fine alle detenzioni arbitrarie… la chiusura di diversi centri di detenzione e una maggiore protezione dei detenuti… In questi centri di detenzione le donne, in particolare, sono esposte a vari abusi, comprese  violenze sessuali.”

Nell’ottobre del 2015 il caos e la violenza generalizzati in Libia hanno spinto l’UNHCR, l’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, a fare appello a tutti i Paesi affinché permettessero “ai civili in fuga dalla Libia (cittadini libici, residenti… e cittadini di Paesi terzi) di accedere ai loro territori”. Quell’appello è valido oggi tanto quanto lo era un anno fa.   

Secondo, in cosa consiste davvero l’addestramento? Migliorare la capacità delle autorità libiche nell’effettuare operazioni di ricerca e soccorso è vitale. Attualmente, tutte le imbarcazioni che battono bandiera Ue che svolgono operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale possono pattugliare solamente acque internazionali.  

Le autorità libiche non hanno accettato di lasciare operare la missione in acque libiche, dove molte delle imbarcazioni con migranti si ritrovano in difficoltà, con ripercussioni letali.  I due naufragi avvenuti giovedi scorso, durante i quali si teme abbiano perso la vita circa 240 persone ci rammentano tragicamente che sviluppare la capacità della Libia nel soddisfare l’obbligo di svolgere operazioni di ricerca e soccorso nelle proprie acque potrebbe salvare molte vite.

Ma l’Italia e l’Ue potrebbero avere anche un’altro obiettivo: impedire sbarchi sulle coste dell’Ue, facendo intercettare ai libici le imbarcazioni prima che arrivino in acque internazionali, dove potrebbero entrare in contatto con l’operazione Ue nel Mediterraneo centrale EUNAVFOR MED/Operazione Sophia, Frontex, o navi operate da gruppi non governativi.

Le imbarcazioni con bandiera Ue sono vincolate dal principio di non refoulement, che impedisce di rinviare chiunque in un posto dove andrebbe incontro a minacce contro la propria vita e la propria libertà, come ha confermato Enrico Credendino, ammiraglio di divisione della Marina italiana e comandante dell’Operazione Sofia.

Tuttavia, se barconi di migranti fossero intercettati in acque libiche e riportati su coste libiche, l’obbligo di nonrefoulement per l’Ue non scatterebbe. La Libia non ha ratificato la convenzione internazionale sui rifugiati, non ha un sistema d’asilo funzionante, e come ricordato sopra, sottopone migranti e richiedenti asilo a violenze. 

Terzo, chi verrà addestrato, e chi sarà tenuto a rispondere di eventuali abusi? L’Ue sta stabilendo una partnership con il governo di Accordo nazionale sostenuto dall’Onu con base a Tripoli, una delle tre autorità che si contendono il controllo della Libia. La Guardia costiera in Libia occidentale è ben lungi dall’essere una forza unificata e omogenea, quanto piuttosto un raggruppamento di forze semi-autonome. Il sistema giudiziario, collassato in gran parte del Paese, non garantisce ricorsi efficacied è, nella migliore delle ipotesi, disfunzionale nelle poche zone in cui ancora opera.

Le forze libiche, indubbiamente, hanno salvato vite nelle loro acque territoriali. Ma ci sono resoconti preoccupanti di comportamenti violenti, se non letali, che l’Ue non dovrebbe ignorare. Ibrahim— uno  pseudonimo—mi ha raccontato che quello che sembrava essere uno Zodiac della Guardia costiera libica girava, ad alta velocità, intorno al gommone su cui si trovava insieme ad altre 132 persone, creando onde possenti. “Le assi sul fondo della nostra imbarcazione hanno cominciato a spezzarsi, una ad una. C’era panico a bordo. La gente si spostava da un lato all’altro. C’era una ragazza in mezzo, con sua sorella, e io lì vicino. Nigeriana. È morta schiacciata.” Ho sentito altri racconti di pestaggi e persino di uso di armi da fuoco da parte della Guardia costiera libica nel corso di intercettazioni in mare. HRW non ha potuto verificare queste affermazioni.

L’organizzazione non governativa tedesca Sea-Watch ha affermato che le forze libiche hanno violentemente interrotto un’operazione di soccorso condotta da una delle sue navi il 21 ottobre.  Sea-Watch ha affermato che un uomo della Guardia costiera libica è salito a bordo di un gommone stracolmo di gente, causando panico e la rottura dell’imbarcazione. Oltre 150 persone sono finite in acqua; Sea-Watch ne ha soccorse 120 e ha recuperato quattro cadaveri. Gli altri sono dispersi e si teme che siano morti. Le forze navali libiche a Tripoli negano il coinvolgimento di qualunque imbarcazione della Guardia costiera e non è ancora chiaro se sia stata aperta un’indagine su queste gravi accuse.    

I tentativi di incaricare le autorità libiche di impedire la migrazione via mare verso l’Europa devono essere collegati a degli standard relativi ai diritti umani. Il programma di addestramento dovrebbe avere una forte componente di diritti umani, e mettere l’accento sul dovere di soccorrere migranti a bordo di imbarcazioni a rischio, anziché l’intercettazione, eccessivamente zelante, di imbarcazioni atte alla navigazione. Le unità addestrate dovrebbero essere monitorate e tenute a rispondere degli abusi, e occorre che gli abusi da parte della Guardia costiera libica e della Marina rientrino nelle iniziative dell’Ue a sostegno dello stato di diritto in Libia.

E l’Ue dovrebbe sostenere piani concreti per assicurare che le condizioni e il trattamento nei centri di detenzione libici siano nel rispetto di standard basilari. Ciò dovrebbe includere controlli indipendenti e imparziali, e  prevedere la sospensione del programma di addestramento nel caso in cui gli abusi dovessereo proseguire. L’Ue dovrebbe anche rinnovare gli sforzi per ottenere il permesso di operare in acque libiche così che imbarcazioni con bandiera Ue possano offrire assistenza in operazioni di salvataggio.

Non raccogliere questa sfida comporterebbe costi enormi sia in termini di sofferenza umana che in termini di reputazione internazionale dell’Unione.