Profughi Somali attendono di essere ricollocati dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni all’interno del campo profughi di Dadaab, sul confine keniano con la Somalia, 20 agosto 2011.

© 2011 Lynsay Addario/VII

 

Le autorità keniane dovrebbero bloccare i propri piani di spostamento da aree urbane con la forza di 55mila rifugiati registrati in campi profughi sovraffollati e malserviti e di richiedenti asilo. Chiamando in causa alcuni attacchi con granate avvenuti nel 2012, le autorità sostengono che lo spostamento garantirà una maggiore sicurezza nazionale al Kenya e condurrà al ritorno di profughi somali in Somalia.

 

Il piano violerebbe i diritti alla libertà di movimento dei rifugiati e quasi certamente coinvolgerebbe lo sfratto forzoso di decine di migliaia di rifugiati dai loro alloggi nelle città, ha dichiarato Human Rights Watch. La crisi umanitaria, di lunga data, nei campi profughi del Kenya, significa anche che il ricollocamento influenzerebbe direttamente la capacità dei profughi di procurarsi da vivere e limiterebbe, illegalmente, le loro facoltà di procurarsi nutrimento adeguato, vestiti, abitazioni, cure mediche, e istruzione.  
 
“Il Kenya sta usando i recenti attacchi con granate per marchiare tutti i profughi come potenziali terroristi e per obbligare centinaia di migliaia di loro a vivere in condizioni orrende in campi già gravemente sovraffollati” ha detto Gerry Simpson, ricercatore esperto su rifugiati per Human Rights Watch. “Il piano di trasferimento forzoso di decine di migliaia di persone dalle città nei campi profughi è illegale e sarà causa di estreme difficoltà”.  

 
In un comunicato stampa del 13 dicembre, le autorità keniane hanno detto che il trasferimento dei profughi nelle città verso i campi risponde a una serie di attacchi nei quali persone non identificate hanno lanciato granate a mano in diverse zone affollate, uccidendo e ferendo diverse persone, tra cui poliziotti e soldati.

  
Il 16 gennaio 2013, il ministro dell’amministrazione provinciale e sicurezza interna ha scritto al ministro dei programmi speciali dicendo che la prima fase di “raggruppamento” dei profughi avrebbe “preso di mira” 18mila persone e sarebbe cominciata il 21 gennaio. La lettera diceva che essi sarebbero stati portati nello stadio municipale Thika di Nairobi, il quale sarebbe stato un “terreno di attesa” fino al trasferimento nei campi. 
 
Le organizzazioni e gli avvocati che lavorano con i rifugiati a Nairobi dicono che da dicembre la polizia ha arrestato a Nairobi decine di somali su accuse pretestuose di appartenenza ad organizzazioni terroriste. Tutti coloro che sono stati portati a giudizio sono stati rilasciati per mancanza di prove. 
 
A maggio, Human Rights Watch ha reso conto di una serie di abusi da parte degli ufficiali di sicurezza nel Kenya del nord contro civili a seguito di alcuni degli attacchi con granate che avevano ucciso esponenti delle forze dell’ordine. In risposta al rapporto, l’esercito del Kenya promise che avrebbe messo fine a tali violente rappresaglie e costituì un comitato per indagare sugli abusi. Human Rights Watch nutre la preoccupazione che le forze di sicurezza potrebbero nuovamente usare la violenza nell’arrestare e trasferire con la forza i profughi nei campi. 

 

Il piano, se attuato, violerebbe gli obblighi legali internazionali e nazionali del Kenya, ha dichiarato Human Rights Watch. Tali obblighi impongono al Kenya di  mostrare che qualunque restrizione alla libertà di movimento sia la misura meno restrittiva possibile per far fronte ai timori per la sicurezza nazionale del Kenya. 

 

Il rapporto del giugno del 2010 di Human Rights Watch, “Welcome to Kenya,” concludeva  che i requisiti del Kenya, per i quali mezzo milione di rifugiati vivessero in campi chiusi – dai quali solo poche migliaia possono, in circostanze speciali, allontanarsi temporaneamente – violavano i suoi obblighi legali a garantire ai rifugiati libertà di movimento.

 
“Il piano del Kenya di spostare 55mila rifugiati nei campi è chiaramente una risposta non necessaria e sproporzionata ai recenti attacchi”, ha detto Simpson., “Il Kenya non dovrebbe semplicemente etichettare tutti i rifugiati come un rischio e calpestare così i diritti di 55mila persone”.  

 

Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur), alla fine del 2012 vivevano in Kenya 46540 profughi registrati in aree urbane, di cui 33246 Somali. Inoltre, vivevano in Kenya 6832 richiedenti asilo, di diverse nazionalità, registrati in aree urbane, tra cui 447 Somali.

 

Il 13 dicembre, il Dipartimento per gli affari dei rifugiati del Kenya (DRA) ha rilasciato agli organi di informazione un comunicato stampa annunciando il piano delle autorità di “mettere in atto una politica di strutture di accampamento” a causa di una “insopportabile e incontrollabile minaccia alla sicurezza nazionale” dovuta ad “attacchi con granate nelle nostre strade, chiese, autobus e posti di lavoro” che hanno “ucciso e (...) ferito (… ) molte persone”.   
 
Il comunicato affermava che tutti i richiedenti asilo e rifugiati provenienti dalla Somalia nelle aree urbane del Kenya avrebbero dovuto spostarsi nei campi profughi di Dadaab vicino al confine con la Somalia e che tutti i richiedenti asilo nelle città e i profughi di altri Paesi avrebbero dovuto spostarsi nel campo profughi di Kakuma, vicino al confine con il Sudan. Diceva che la registrazione di richiedenti asilo e rifugiati nelle aree urbane era stata fermata, che tutti i centri di registrazione erano stati chiusi, e che l’Acnur e altre agenzie che prestano servizi a richiedenti asilo e rifugiati dovrebbero smettere di prestar loro servizi diretti. 
 
Ad una conferenza stampa del 13 dicembre, il commissario provvisorio per gli affari dei rifugiati del Kenya, Badu Katelo, ha detto che la documentazione di profughi e richiedenti asilo “ha cessato di funzionare nelle aree urbane e se continueranno a rimanervi lo faranno illegalmente – e che [il loro arresto e rimozione dalle città] sarà compito di un altro dipartimento del governo, probabilmente di polizia e immigrazione”. 
 
Da dicembre, l’Acnur e altre organizzazioni hanno chiesto alle autorità keniane una copia della direttiva sui cui si basa il comunicato del 13 dicembre, ma le autorità si sono rifiutate di consegnarne una.  
Da quando il piano è stato annunciato, organizzazioni non-governative e avvocati di profughi a Nairobi affermano che la polizia ha arbitrariamente arrestato centinaia di cittadini somali a Nairobi, la maggior parte dei quali sono stati rilasciati dopo aver pagato sostanziose tangenti. Resoconti dell’ambasciata somala in Kenya, di compagnie aeree, e di cooperanti sul confine keniano-somalo vicino ai campi di Dadaab dicono che fin da dicembre oltre un migliaio di Somali sono stati rimpatriati ogni settimana, sia via aria che via terra. Alcuni di loro hanno riferito a dei cooperanti in Somalia di essersene andati perchè temevano un giro di vite contro i rifugiati somali in Kenya. 
 
Human Rights Watch ha anche ricevuto dei resoconti di un notevole aumento di violenze sessuali ai danni di donne e ragazze in uno dei campi di Dadaab, “Ifo 2”. Una fonte attendibile ha riferito a Human Rights Watch che la polizia ha mancato di reagire adeguatamente alle aggressioni le quali, a detta dei rifugiati, hanno portato a una paura generale di insicurezza tale da spingere centinaia di rifugiati ad abbandonare i campi e entrare in Somalia. Altri si sono ricollocati lungo i limiti degli altri campi nei pressi di Dadaab. Nel 2010, Human Rights Watch ha riferito di insuccessi, di lunga durata, da parte della polizia, nell’indagare sulle violenze sessuali nei campi di Dadaab. 
 
Alla conferenza stampa del 13 dicembre, il commissario Katelo ha detto che il ricollocamento dei rifugiati nei campi verrebbe “seguito a breve dal rimpatrio dei profughi somali”. Il 21 dicembre, il presidente MwaiKibaki ha affermato che “non c’è dignità nel vivere in campi profughi” e che la Somalia e il Kenya avrebbero “lavorato insieme per permettere alle centinaia di migliaia di somali che vivono nei campi profughi a tornare nelle loro case”.

 
Human Rights Watch ha detto che la situazione nella Somalia centro-meridionale rimane insicura e che qualsiasi passo da parte delle autorità keniane per obbligare o incoraggiare in altra maniera i somali a tornare nel loro Paese, costituirebbe un’infrazione del diritto keniano e internazionale, il quale vieta il rinvio con la forza di rifugiati verso persecuzione, tortura, o situazioni di violenza generalizzata. 

 
La protratta crisi umanitaria nei campi di Dadaab – dove almeno 450mila rifugiati sono ammucchiati in uno spazio previsto per 170mila - e la mancanza di nuovi campi adeguatamente  sviluppati nella zona o vicino ai campi di Kakuma, significa che qualsiasi trasferimento di profughi dalle città ai campi sarebbe anche un’infrazione degli obblighi legali internazionali del Kenya. Essi impongono al Kenya di non adottare “misure regressive” che influenzerebbero negativamente il diritto dei rifugiati a degli standard di vita adeguati – tra cui cibo, vestiario e alloggio – e a sanità e istruzione.

 

Il 28 dicembre, Medici senza Frontiere, che conduce numerosi programmi sanitari nei campi, ha detto che alla luce dell’  “assistenza completamente allo stremo” nei campi, “ la “situazione medica e umanitaria” dei rifugiati a Dadaab era già “disastrosa”, “tremenda”, e “precaria” e che l’organizzazione era “preoccupata per le conseguenze mediche  [di] un nuovo afflusso di profughi” nella popolazione del campo.

 

Human Rights Watch ha anche detto che obbligare con la forza centinaia di migliaia di persone ad andare via dalle proprie abitazioni equivarrebbe a sfratti forzosi, illegali secondo il diritto internazionale.  
 
Human Rights Watch ha fatto appello a donatori internazionali del Kenya affinché si oppongano al piano di ricollocamento, sulla base delle inevitabili violazioni, che ne deriverebbero, dei diritti dei profughi alla libertà di movimento, a diritti sociali ed economici di base, e al diritto di non essere sfrattati con la forza.

 
“Questo piano calpesterebbe una gamma di diritti fondamentali dei rifugiati, e la sua attuazione potrebbe far precipitare quella stessa insicurezza che il Kenya dice di voler impedire” ha detto Simpson. “I donatori internazionali del Kenya e l’Acnur dovrebbero incoraggiare il Kenya ad abbandonare il piano”.  
 
Per maggiori dettagli sulla continua crisi umanitaria nei campi profughi in Kenya, e su come il piano, se attuato, violerebbe gli obblighi legali internazionali del Kenya, si prega di leggere di seguito.  
 
Per leggere il rapporto di giugno 2010 di Human Rights Watch, “Welcome to Kenya: Police Abuse of Somali Refugees,” si prega di visitare: https://www.hrw.org/reports/2010/06/17/welcome-kenya-0 
 
Per leggere il rapporto di marzo 2009 di Human Rights Watch, “From Horror to Hopelessness: Kenya's Forgotten Somali Refugee Crisis,” si prega di visitare: 
https://www.hrw.org/reports/2009/03/29/horror-hopelessness 
 
Per leggere il rapporto di maggio 2012 di Human Rights Watch, “Criminal Reprisals: Kenyan Police and Military Abuses Against Ethnic Somalis,” si prega di visitare: 
https://www.hrw.org/news/2012/11/22/kenya-end-security-force-reprisals-north 
 
Per ulteriori rapporti sul trattamento di rifugiati somali in Kenya, si prega di visitare:  
https://www.hrw.org/africa/kenya