VIII. Violazioni gravi e impunità
L’eredità delle violazioni praticate nei decenni passati in Libia è davvero pesante.[119] La maggior parte dei dissidenti libici finiti nel mirino del regime hanno cercato asilo all’estero, benché molti siano gli scomparsi. Il governo libico non ha ancora affrontato le passate violazioni attraverso indagini o perseguimenti giudiziari. Uno degli episodi più bui tra le gravi violazioni dei diritti umani compiute in Libia, dove è divenuto un caso emblematico, è l’uccisione di massa di 1.200 prigionieri avvenuta nel carcere di Abu Salim nel 1996.
Le uccisioni di Abu Salim del 1996
Il 28 e 29 giugno 1996 un numero pari a circa 1.200 prigionieri furono uccisi nel carcere di Abu Salim. Questa cifra fu inizialmente resa pubblica da Hussein Al Shafa’i, un ex prigioniero che lavorava nelle cucine di Abu Salim il quale fece il calcolo contando il numero dei pasti che aveva preparato prima e dopo l’episodio.[120] Questa cifra è stata confermata anche dal Segretario libico alla giustizia a Human Rights Watch nell’aprile 2009[121] e in un comunicato stampa della Fondazione Gheddafi del 10 agosto 2009 che pone il numero a 1.167.[122]
Nel giugno 2004 e nuovamente nel giugno 2006, Human Rights Watch intervistò Hussein al-Shafa’i, il già citato ex prigioniero di Abu Salim, ora residente negli Stati Uniti, il quale afferma essere stato testimone delle uccisioni. Benché l’organizzazione non sia stata in grado di verificare in modo indipendente le sue dichiarazioni, molti dettagli combaciano con i resoconti di altri ex prigionieri.
Secondo al-Shafa’i, l’episodio ebbe inizio attorno alle 16.40 del 28 giugno, quando i prigionieri del Blocco 4 sequestrarono un secondino di nome Omar il quale stava portando loro le razioni di cibo. Centinaia di prigionieri dei blocchi 3,5 e 6 fuoriuscirono dalle loro celle. Essi erano arrabbiati riguardo alle restrizioni imposte alle visite delle famiglie e alle precarie condizioni di vita, che erano andate deteriorandosi dopo che alcuni prigionieri erano evasi l’anno precedente. Ecco quello che al-Shafa’i raccontò a Human Rights Watch:
Cinque-sette minuti dopo l’inizio di tutto, i secondini sui tetti spararono sui prigionieri: spararono ai prigionieri che si trovavano all’aperto. Le pallottole fecero 16 o 17 feriti. Il primo a morire fu Mahmoud al-Mesiri. I prigionieri presero in ostaggio due guardie.
Mezz’ora dopo, affermò al-Shafa’i, due alti funzionari della sicurezza, Abdallah Sanussi, sposato con la sorella di al-Gheddafi, e Nasr al-Mabrouk, arrivarono a bordo di un’Audi verde scuro assieme a un contingente del personale di sicurezza. Sanussi ordinò di interrompere il fuoco e disse ai prigionieri di nominare quattro rappresentanti per condurre delle trattative. I prigionieri scelsero Muhammad al-Juweili, Muhammad Ghlayou, Miftah al-Dawadi e Muhammad Bosadra.
Secondo al-Shafa’i, il quale affermò di aver osservato e origliato i negoziati dalle cucine, i prigionieri fecero richiesta ad al-Sanussi di avere dei vestiti puliti, una ricreazione all’aperto, cure mediche migliori, le visite dei propri familiari, e il diritto a veder esaminati i loro casi giudiziari davanti a un tribunale; molti dei prigionieri erano in carcere senza processo. Al-Sanussi disse che avrebbe affrontato la questione delle condizioni fisiche, ma che i prigionieri dovevano rientrare nelle loro celle e rilasciare i due ostaggi. I prigionieri acconsentirono e rilasciarono una guardia di nome Atiya, ma l’altro secondino di nome Omar era già morto.
Il personale della sicurezza raccolse i corpi degli uccisi e mandò in infermeria i feriti. Circa altri 120 prigionieri malati furono fatto salire a bordo di tre autobus, apparentemente per andare in ospedale.
Stando al racconto di al-Shafa’i, egli vide gli autobus portare i prigionieri sul retro del carcere.
All’incirca alle 5 del mattino del 29 giugno, le forze di sicurezza spostarono alcuni dei prigionieri dalle ali civili a quelle militari del carcere. Alle 9 avevano fatto entrare centinaia di prigionieri dei blocchi 1,3,4,5 e 6 in cortili differenti dai loro. Essi spostarono i prigionieri ordinari del blocco 2 nell’ala militare facendo rimanere i prigionieri dei blocchi 7 e 8, quelli delle celle singole, dentro. Al-Shafa’i, il quale in quel momento si trovava dietro l’edificio dell’amministrazione con altri lavoranti delle cucine, raccontò a Human Rights Watch ciò che accadde dopo:
“Alle 11.00 fu lanciata una granata in uno dei cortili. Non riuscii a vedere chi l’aveva gettata ma sono sicuro che era una granata. Sentii una deflagrazione e subito dopo ebbe inizio una martellante sassaiola di colpi sparati da sopra i tetti sparati con armi pesanti e kalashnikov. La sparatoria continuò dalle 11.00 fino alle 13.35”.
E proseguì:
Non riuscivo a vedere i prigionieri colpiti, ma potevo vedere quelli che sparavano. Si trattava di una unità speciale e portavano cappelli militari color kaki. Sei impiegavano kalashnikov. Li vidi – almeno sei uomini – sui tetti dei blocchi delle celle. Vestivano uniformi beige e kaki e portavano una bandana verde, una specie di turbante.
Attorno alle 14.00, le forze usarono delle pistole per “finire quelli che non erano ancora morti”.
Circa alle 11.00 del giorno successivo, il 30 giugno, le forze di sicurezza portarono via i corpi dei morti con delle carriole. Essi gettarono i corpi in trincee, profonde dai 2 ai 3 metri, di un metro di ampiezza e lunghe un centinaio di metri, che erano state scavate per la costruzione di un nuovo muro. “Le guardie carcerarie mi chiesero di lavare gli orologi che erano stati presi dai prigionieri morti e che erano sporchi di sangue”, disse al-Shafai’i.
Un familiare di un prigioniero di Abu Salim che era morto nell’episodio raccontò a Human Rights Watch che un ex recluso che all’epoca si trovava in un’altra ala del carcere gli aveva detto:
Lui ed altri andarono nelle celle degli uomini che si erano rifiutati di spostarsi. Disse che avevano trovato capelli, pelle e sangue di persone schizzati sui muri. Videro un pezzo di mandibola di un uomo sul pavimento. Sebbene avessero ripulito dei corpi le celle, non avevano fatto un bel lavoro, infatti c’erano ancora resti sui muri e sui pavimenti.[123]
L’uccisione dei 1.200 prigionieri di Abu Salim costituisce una violazione del diritto alla vita, sancito dall’art.6 del Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICPPR) e principio fondamentale del diritto internazionale riconosciuto dalla comunità internazionale. Esso può configurarsi anche come crimine contro l’umanità, uno dei reati più gravi al sensi del diritto internazionale.[124]
Inoltre, nella maggioranza dei casi i prigionieri di Abu Salim erano stati sottoposti a detenzione arbitraria in violazione dell’art.9 dell’ICCPR e a sparizione forzata.
La Libia è uno dei due Stati arabi (l’altro è l’Algeria) ad aver firmato il primo Protocollo opzionale all’ICCPR, che consente ai singoli individui di comunicare direttamente con il comitato che sovrintende l’ICCPR relativamente alle presunte infrazioni al Patto.[125] Nell’ottobre 2007, il Comitato diritti umani delle Nazioni Unite ha ritenuto la Libia responsabile per la detenzione illegale, la tortura e la sparizione forzata di Abu Baker El Hassy, il quale era stato arrestato arbitrariamente e detenuto ad Abu Salim nel 1995 e del quale si continuava non sapere nulla, 11 anni dopo che il fratello aveva presentato istanza al Comitato.[126] L’11 luglio 2007, il Comitato diritti umani delle Nazioni Unite ha ritenuto inoltre la Libia responsabile di tortura, sparizione ed esecuzione arbitraria nel caso El Alwani v. Libya, Comunicazione n.1295/2004.[127] Il Comitato ha ritenuto che la Libia aveva violato l’art.6 dell’ICCPR sul diritto alla vita:
Il Comitato osserva che in un dato momento del 2003, al ricorrente fu fornito il certificato di morte del fratello, senza alcuna spiegazione riguardo a una data precisa, causa o luogo della sua morte né alcuna informazione in merito alle indagini intraprese dallo Stato parte. Inoltre, lo Stato parte non ha negato che la sparizione e la successiva morte del fratello del ricorrente fossero state causate da individui appartenenti alle forze di sicurezza governative.
Il Commento generale n.6 all’art.6 afferma che “La protezione contro la privazione arbitraria della vita secondo quanto esplicitamente richiesto al terzo comma dell’art.6(1) è di primaria importanza. Il Comitato ritiene che gli Stati parte debbano adottare provvedimenti non soltanto al fine di prevenire e punire la privazione della vita per mezzo di atti criminali, ma anche di impedire l’uccisione arbitraria da parte delle forze di sicurezza. La privazione della vita da parte delle autorità dello Stato è una questione di estrema gravità”.
Dal diniego ufficiale ad una sommessa ammissione
Per anni le autorità libiche hanno negato che le uccisioni di Abu Salim abbiano mai avuto luogo. La prima ammissione pubblica giunse nell’aprile 2004 quando il leader libico Mu’ammar al-Gheddafi dichiarò pubblicamente che le uccisioni di Abu Salim ebbero luogo, affermando che le famiglie dei prigionieri avevano il diritto di sapere che cosa era avvenuto. Il 26 luglio 2008, Saif al-Islam al-Gheddafi tenne un discorso in cui parlò delle uccisioni di Abu Salim, dichiarando che:
Le indagini sono completate e sono state presentate alla magistratura. Questa darà inizio alle proprie indagini ed emetterà delle convocazioni. Non ci vorrà molto perché il fascicolo approdi in tribunale e vengano pronunciate le sentenze. Ci saranno giudici rispettabili ed imparziali, e in tribunale presenzieranno degli osservatori. [...] Ci saranno tutti: le famiglie, la stampa, ONG per i diritti umani e civili, ambasciatori, e ciascuno si troverà di fronte alla verità.[128]
Non esiste alcun resoconto ufficiale sugli eventi del carcere di Abu Salim e non vi è prova che una qualsiasi indagine sui fatti abbia mai avuto luogo. Secondo la legge libica 47 del 1975 sulle carceri, il governo deve informare immediatamente le famiglie di un recluso in caso di decesso, e deve restituire il corpo su richiesta.[129] Nel maggio 2005, il capo dell’Agenzia per la sicurezza interna Al-Tohamy Khaled riferì a Human Rights Watch che il governo aveva aperto un’inchiesta sull’episodio del 1996. Egli negò che alcun reato fosse mai stato commesso e disse a Human Rights Watch che “quando il comitato avrà concluso il suo lavoro, perché questo è già iniziato, forniremo un rapporto dettagliato che darà risposta a tutte le vostre domande”.[130]
Quattro anni dopo, il 25 aprile 2009, Human Rights Watch ha interpellato il Segretario alla pubblica sicurezza, generale Abdelfattah al-Obeidi, in merito alle indagini ed egli ha replicato che “erano ancora in corso” e che erano ora in mano del Segretario alla giustizia.[131] Non più tardi di un giorno, tuttavia, quando Human Rights Watch ebbe un incontro con il Segretario alla giustizia Mostafa Abdeljalil, questi disse che “a tutt’oggi non c’è mai stata alcuna indagine su questo episodio”.[132]
L’ammissione del Segretario alla giustizia a Human Rights Watch è significativa in quanto si tratta di un funzionario libico che cerca di affrontare la questione tramite le vie legali. Ed è ancor più significativo il fatto che egli non sia stato in grado di ottenere tutte le informazioni rilevanti riguardo alle uccisioni di Abu Salim dall’Agenzia per la sicurezza interna. Nell’aprile 2008, il Segretario alla giustizia Mostafa Abdeljalil rilasciò un’intervista a Libya Al Youm. In essa, egli affermò che il suo ministero aveva chiesto alla Sicurezza interna l’elenco dei nomi di coloro che erano morti nell’episodio del 1996 ma che non era riuscito a ottenerne informazioni precise.[133]
Nel marzo 2007 un gruppo di 30 famiglie di Bengasi intentò una causa civile presso il Tribunale di Bengasi per obbligare il governo libico a rivelare la sorte dei loro parenti detenuti. Si trattava della prima class action da parte delle famiglie perché prima di allora, come raccontò a Human Rights Watch uno dei familiari coinvolti, “molte famiglie avevano troppa paura per muoversi”.[134] Inizialmente la corte archiviò la loro istanza per motivi procedurali, sentenziando il 24 giugno 2007 di non avere giurisdizione per riesaminare le decisioni amministrative. Le famiglie si appellarono alla decisione e il 19 aprile 2008 la corte sentenziò in loro favore accettando la giurisdizione. L’8 giugno 2008, il Tribunale di Bengasi Nord sentenziò in favore delle famiglie:
La Corte ordina che gli interpellati 1, 2 e 3 [il primo ministro, il Segretario alla pubblica sicurezza e il Segretario alla giustizia] rivelino la sorte dei seguenti detenuti e il loro luogo di detenzione e le motivazioni per la loro detenzione e forniscano ai ricorrenti informazioni ufficiali riguardo alla loro sorte.[135]
Tuttavia, la corte non affrontò la questione ben più ampia dell’attribuzione delle responsabilità. Non prese in esame se era stata condotta un’inchiesta né ordinò il perseguimento dei responsabili. La decisione rappresentò una vittoria per le famiglie in quanto si trattava del primo riconoscimento formale della legittimità delle loro richieste, benché la corte non fosse ancora riuscita a ordinare, o non avesse voluto, un’inchiesta esauriente sugli eventi di Abu Salim.
Nel dicembre 2008, nel corso di un’intervista con Quryna, uno dei quotidiani a capitale privato della Libia, il Segretario libico alla giustizia Mostafa Abdeljalil affermò che aveva richiesto al Comitato generale del popolo (il gabinetto) di dare attuazione alla decisione della corte.[136] Fu in seguito a quest’ordinanza di tribunale che il governo diede seriamente inizio al processo di notificare alle famiglie il decesso dei loro congiunti emettendo certificati di morte e mettendo a disposizione risarcimenti.
Nel contesto del continuo blackout ufficiale che circonda le uccisioni di Abu Salim, il rilascio del prigioniero Mohamed Bousidra nel giugno 2009 è significativo in quanto, essendo uno dei testimoni chiave di una uccisione di massa che le autorità hanno sempre negato sia mai accaduta, per lo più ci si aspettava che sarebbe rimasto detenuto a tempo indefinito. Figura rispettata in carcere, Bousidra fu uno dei rappresentanti dei prigionieri che trattò le richieste con l’alto funzionario Abdallah al-Sanussi e si ritiene sia stato testimone diretto degli eventi che svelò. Le forze di sicurezza lo arrestarono, assieme ai suoi quattro fratelli, il 19 gennaio 1989 ad Al Baydaa, e lo condussero nel carcere di Abu Salim. I fratelli di Bousidra furono rilasciati dopo sei anni di detenzione senza accusa. Nel 1999, a più di 10 anni dal suo arresto, il Tribunale del popolo processò Bousidra condannandolo all’ergastolo. Dopo l’abolizione del Tibunale nel gennaio 2005, egli fu riprocessato davanti a un tribunale speciale nel giugno 2005 che ridusse a 10 anni la sentenza. All’epoca egli si trovava in carcere già da 16 anni e il giudice che presiedeva la corte ne ordinò pertanto il rilascio. Ma egli rimase detenuto presso il centro di detenzione della Sicurezza interna prima di essere spostato nel 2008 nel carcere di Abu Salim. Suo figlio Tarek ha potuto visitarlo il 31 gennaio 2009, la prima volta dal 21 maggio 2005. La Sicurezza interna ha infine rilasciato Mohamed Bousidra dal carcere di Abu Salim il 7 giugno 2009 ed egli si è trasferito a Bengasi dove abita la sua famiglia. Bousidra non ha parlato di ciò di cui fu testimone.
Offerte di risarcimento ma non di verità
“Mio fratello è scomparso da 13 anni. Mio padre è morto per il dolore. La giustizia per noi è un diritto”. [137]
—Il familiare di una delle vittime di Abu Salim, 9 marzo 2009.
“Lo nascondono e lo uccidono e noi non sappiamo dov’è il suo corpo e poi ci chiedono di accettare questo denaro e di riconciliarci con lo Stato?” Il fratello di una vittima di Abu Salim, 20 maggio 2009.
Tra il 2001 e il 2006 le autorità notificarono a circa 112 famiglie, una piccola percentuale del numero complessivo di prigionieri scomparsi, che un loro familiare recluso nel carcere di Abu Salim era deceduto, senza consegnare il corpo o fornire dettagli riguardo alla causa della morte.[138] Tuttavia, fino a poco tempo fa, la maggior parte delle famiglie non aveva mai ricevuto una notifica ufficiale riguardante la sorte dei loro cari. Da gennaio a marzo 2009, il governo ha avviato il processo, fornendo la notifica a circa 351 famiglie, di cui 160 residenti a Bengasi e il resto a Tripoli, Derna, Al Bayda e Misrata. Il Segretario libico alla giustizia Mostafa Abdeljalil ha riferito a Human Rights Watch nell’aprile 2009 che, a tutt’oggi, i Comitati direttivi del popolo avevano informato i parenti di circa 800-820 vittime del loro decesso ed avevano recapitato loro i certificati di morte; le famiglie di 350-400 vittime non erano state ancora informate.[139]
Nella maggior parte dei casi, i commissariati locali di polizia e gli uffici della Sicurezza interna hanno convocato i familiari sopravvissuti e li hanno informati della morte dei loro congiunti, fornendo loro un certificato ufficiale di morte da firmare. In alcuni casi, le famiglie sono state convocate al Comitato direttivo del Popolo e da questo direttamente informate.[140] I certificati di morte non riportavano né la causa né specificavano il luogo del decesso, tranne che ad indicare “Tripoli”. Le date dei decessi specificate andavano da giugno, luglio o settembre ma nessuna che Human Rights Watch abbia visto datata 28 o 29 giugno.
Molti dei prigionieri uccisi nel 1996 si trovavano nel carcere di Abu Salim dal 1989 o 1995, anni in cui erano stati effettuati arresti di massa al fine di reprimere quanti erano percepiti come oppositori. Per anni, molte famiglie non hanno saputo per certo se i loro parenti fossero detenuti ad Abu Salim, avendo perso qualsiasi contatto con loro all’epoca dell’arresto. Per queste famiglie, i loro cari erano scomparsi.
Mohamed Hamil Ferjany, ex portavoce del comitato delle famiglie, residente ora negli Stati Uniti, ha raccontato dei suoi due fratelli uccisi ad Abu Salim:
I miei fratelli Al-Sanussi e Khaled Ferjany furono arrestati nel 1995. Ogni tre mesi la mia famiglia caricava l’auto di vestiti, cibo e lenzuola e faceva 12 ore di viaggio da Bengasi al carcere di Tripoli. Mettevamo le cose in sacchi con i nomi dei miei fratelli e li lasciavamo al cancello della prigione. Ogni volta che lasciavamo loro le cose, pensavamo che stessero bene e ogni volta essi erano invece morti e i secondini si tenevano i vestiti.[141]
Un altro familiare ha raccontato a Human Rights Watch:
Sapevamo che sarebbe stato preso dalla Sicurezza interna di Bengasi ma dopo non abbiamo saputo più nulla. Andai io, andò mio fratello, andò mia madre, andammo in ogni prigione, non sapevamo dove fosse, e loro si rifiutavano di dircelo. Agli inizi del 1996 sentimmo di qualcosa che era successo nel carcere, e poi la storia cominciò ad emergere dopo che fu rilasciato qualcuno. Quattordici anni dopo la sua scomparsa, nel marzo 2009, la Sicurezza interna ci ha chiamati dicendo che dovevamo andare da loro; una volta lì ci hanno detto questo è il certificato di morte di vostro fratello e nient’altro.[142]
Un terzo ha dichiarato:
La moglie di mio fratello ha aspettato 10 anni di sapere qualcosa di mio fratello, suo marito. Poi è morta. Essi avevano una figlia, che era nata poco tempo prima che lo portassero in prigione. Ora sua nonna, la madre di mia cognata, la sta crescendo, ma anche noi l’aiutiamo. Non ha mai visto suo padre, lui non l’ha mai tenuta in braccio, non l’ha mai stretta a sé.[143]
Per alcune famiglie il ricevere il certificato di morte è stato il primo riconoscimento ufficiale della loro detenzione e insieme la distruzione di qualsiasi speranza. In un solo giorno la famiglia Taiib di Mistarah ha appreso della morte di cinque dei suoi membri, il più giovane dei quali aveva 14 anni quando fu arrestato.[144]
Un familiare di Bengasi si è incontrato con Human Rights Watch il 24 aprile 2009, con grave rischio personale:
Circa un mese fa [...] qualcuno della Sicurezza interna venne a casa mia. Disse: ‘Vieni con me’ Non mi disse perché o per che cosa. Ero spaventato; tremavo. Perché mi chiamavano? Che cosa mi sarebbe successo ora? Mi chiesero la carta di identità, e annotarono i dati. Mi portarono nel quartiere dove si trovano gli edifici della Sicurezza interna. Mi portarono in un ufficio. Dentro c’era un uomo, e c’era un’arma – un fucile, un kalashnikov credo, appeso alla parete. Non mi disse il suo nome. Era della Sicurezza interna. Disse: ‘Devo parlarti. Tuo fratello se n’è andato. Firma qui questa carta’. Vidi il documento. Era un certificato di morte. Non era riportata la causa del suo decesso. Rimasi sconvolto. Dissi: ‘Anche per i cani esiste una causa di morte’. Mi rifiutai di firmare quella carta.[145]
Inizialmente il governo offrì alle famiglie 120.000 dinari (98.590 dollari USA) quale risarcimento se il detenuto deceduto era single, e 130.000 (106.800 dollari USA) se era sposato. Alla data di giugno 2009, tuttavia, le autorità aumentarono l’offerta iniziale a 200.000 dinari libici (164.300 dollari USA). Il fratello di una vittima di Abu Salim ha raccontato a Human Rights Watch che quando la sua famiglia rifiutò per principio il risarcimento, agenti della Sicurezza interna si offrirono di pagare il doppio della cifra e di cercare di favorire il rilascio di altri familiari incarcerati ad Abu Salim.[146]
L’offerta di risarcimento arriva con attaccate delle clausole restrittive: le famiglie devono rinunciare a qualsiasi ulteriore causa legale. Per alcune delle famiglie che hanno patito il dolore della scomparsa di un loro congiunto, il denaro non basta.[147] Molte famiglie hanno detto di avere diritto alla giustizia e qualsiasi cosa che sia meno di questa è insufficiente. È interessante notare che le autorità hanno specificato che le famiglie che accettano il risarcimento del governo devono rinunciare a qualsiasi altra istanza legale sia sul piano interno che internazionale, aspetto che indica la consapevolezza delle possibilità di chiedere giustizia attraverso i meccanismi internazionali.
Sebbene diverse famiglie di Tripoli e di altre città sembrano aver accettato il risarcimento, gran parte delle famiglie di Bengasi lo hanno rifiutato, insistendo per voler sapere chi erano i perpetratori e per vederli chiamati a risponderne legalmente. Il Segretario libico alla giustizia, Mostafa Abdeljalil, ha riferito a Human Rights Watch nell’aprile 2009 che “le offerte di risarcimento sono state fatte in un contesto di riconciliazione. Cira il 30% delle famiglie che sono state sin qui informate della morte dei loro parenti hanno accettato l’offerta di risarcimento, il 60% lo hanno rifiutato perché ritengono la cifra insufficiente e il 10% lo hanno rifiutato per principio”.[148] Il 10 agosto 2009 la Fondazione Gheddafi ha dichiarato in una nota che 569 famiglie avevano ricevuto un risarcimento e che ne restavano altre 598.[149] Si tratta delle uniche statistiche ufficiali disponibili alla data di redazione del presente rapporto e la loro incongruità denota la difficoltà di ottenere informazioni dall’Agenzia per la sicurezza interna.
Un uomo ha ricevuto un certificato di morte dal Comitato direttivo del popolo il 24 maggio 2009 che lo informava del decesso di suo fratello Fathi. Egli ha raccontato a Human Rights Watch che aveva rifiutato l’offerta di risarcimento di 120.000 dinari in quanto “insufficiente” perché “hanno pagato 10 milioni di dollari per le vittime di Lockerbie e ci offrono 120.000 dinari libici? Non vogliamo i loro soldi, vogliamo la verità e seppellire i nostri cari”.[150] Il figlio di Saad el Ferjany fu arrestato il 14 gennaio 1989. Da quel momento Saad el Ferjany ha potuto visitarlo soltanto una volta nei primi anni ad Abu Salim e teme che suo figlio sia tra gli uccisi ma non ha ricevuto alcuna notifica ufficiale. Egli ha raccontato a un giornalista che “poiché lo Stato libico si rifiuta di dirci che ne è stato dei nostri figli, chiederemo al mondo esterno di affermare i nostri diritti [...] Voglio sapere che ne è stato di mio figlio, e quest’offerta di risarcimento non è giusta”.[151]
Attivismo senza precedenti – le richieste delle famiglie
Con il divenire negli anni sempre più vigorose e organizzate, le famiglie delle vittime di Abu Salim iniziarono a costituirsi in azioni legali collettive. Nell’aprile 2008, alcune famiglie, che già avevano fatto approdare il loro caso in tribunale, andarono a formare il Comitato di coordinazione delle famiglie delle vittime in rappresentanza delle loro istanze.[152] In un contesto in cui la legislazione libica limita fortemente la libertà di riunione e di associazione e in cui manca una qualsiasi ONG indipendente, la creazione del comitato fu un elemento di assoluta novità. Un membro del comitato raccontò a Human Rights Watch che essi avevano cercato di registrarsi come organizzazione non governativa ma che la Sicurezza interna aveva respinto sin da subito la richiesta.[153]
Il comitato ha inoltre organizzato manifestazioni delle famiglie, esponendosi a rischi elevati, in quanto in Libia le manifestazioni sono vietate. Le prime dimostrazioni da parte delle famiglie si svolsero a Bengasi nel giugno 2008 e in seguito hanno continuato ad aver luogo all’incirca ogni due mesi. La loro partecipazione varia da 30-40 persone fino a contare 150 persone il 30 novembre 2008.[154] Nel marzo 2009, un familiare ha raccontato a Human Rights Watch delle intimidazioni subite, come i membri più attivi del comitato vengono convocati per essere interrogati e che alle manifestazioni “le forze di sicurezza arrivano in assetto, filmano tutti i familiari che partecipano. Alti funzionari della sicurezza vengono alle manifestazioni e dicono ai familiari più anziani di tornarsene a casa. Tutti i nostri manifesti sono dei nostri figli, la verità, niente contro Gheddafi”.[155]
Un altro familiare ha raccontato a Human Rights Watch:
Ogni volta che vado a una manifestazione mi preparo ad essere arrestato, la mia famiglia teme per me. La Sicurezza interna mi ha chiamato una volta dopo una manifestazione e mi ha minacciato con il carcere. Ma non ho niente da temere, perché i miei fratelli furono incarcerati ad Abu Salim e due di loro sono morti. Non ho più paura. Ho bisogno di parlarne; sento che parlandone con voi, voi riuscirete a far sentire la mia voce, non soltanto la mia, ma quella di tutte le famiglie.[156]
Un terzo ha riferito:
La Sicurezza interna ci impedisce di parlare alla gente di Tripoli. Vogliono che tutto passi attraverso loro. A loro non piace quello che la Fondazione Gheddafi sta cercando di fare per la gente. Ci seguono dappertutto. Ci molestano continuamente. Amo il mio Paese. il mio sogno è di migliorare il sistema scolastico di questo Paese. Voglio laurearmi; voglio aiutare il mio popolo. Ma essi mi considerano un uomo cattivo, un cattivo cittadino. Perché? Che cosa ho fatto?.[157]
Nel marzo 2009, il comitato ha pubblicato su alcuni siti web libici con base all’estero un elenco di richieste avanzate dalle famiglie, in cui si chiede alle autorità libiche di:[158]
1. rivelare la verità sulla sorte dei loro parenti
2. perseguire i responsabili
3. consegnare i resti alle famiglie o rivelare il luogo di sepoltura
4. emettere certificati di morte appropriati, completi di data e luogo del decesso
5. fare ammenda ufficiale attraverso i media
6. rilasciare tutti gli altri familiari delle vittime di Abu Salim detenuti arbitrariamente
7. aumentare il risarcimento equiparandolo a quello per le vittime di Lockerbie
Uno dei principali coordinatori del comitato, Mohamed Hamil al-Ferjany, il quale ha lasciato la Libia nel marzo 2009 ed attualmente si trova negli Stati Uniti, ha raccontato a Human Rights Watch che, all’inizio, alti funzionari della sicurezza e ministri interagivano con il comitato. I funzionari della sicurezza lo invitarono a partecipare a delle consultazioni svoltesi nell’arco di due settimane nel febbraio 2009, in cui egli poté incontrare l’alto funzionario della sicurezza Abdallah al-Sanussi e il Segretario alla giustizia Mostafa Abdeljalil. Tuttavia, risultò ben presto chiaro che non vi era alcuna volontà da parte delle autorità di perseguire un qualsiasi responsabile delle uccisioni di Abu Salim, disse. Poiché questa era una richiesta imprescindibile del comitato, i negoziati furono interrotti. “Credono di poter risolvere tutto con i soldi e basta, così hanno smesso di trattare con le famiglie”, ha raccontato al-Ferjany a Human Rights Watch.[159]
Il 25 e 26 marzo 2009, le forze della Sicurezza interna hanno arrestato quattro membri del comitato delle famiglie di Bengasi.[160] La sera del 25 marzo, funzionari della Sicurezza interna hanno arrestato i familiari Hussein Al Madany e Fouad Ben Omran nelle loro abitazioni. Agenti armati hanno anche perquisito, senza mandato, l’abitazione dell’avvocato Fathi Terbil, che in quel momento non si trovava in casa, e ne hanno confiscato il computer portatile. Il mattino dopo, a un’altra manifestazione del gruppo, agenti della sicurezza hanno arrestato Fathi Terbil. Questi ha raccontato a Human Rights Watch che durante l’arresto gli agenti della sicurezza gli chiesero: “Perché lo fai Fathi, perché in questo modo illegale? Dissi loro che lo Stato non voleva ascoltarmi; io voglio soltanto sapere la verità, mia nipote non ha mai visto suo padre”.[161] Funzionari della Sicurezza interna li hanno detenuti tutti e tre in incommunicado per quattro giorni per poi rilasciarli il 30 marzo 2009, in seguito allo scalpore destato dai media e all’intervento di Saif al-Islam al-Gheddafi.
Quando Human Rights Watch ha espresso la propria preoccupazione riguardo agli arresti al colonnello Al Tohamy Khaled, capo della Sicurezza interna, questi ha replicato che avevano “arrestato i soggetti che avevano fomentato la violenza” e che i suddetti familiari avevano utilizzato “mezzi illegali perché non avevano ottenuto il permesso per tenere la loro manifestazione”.[162]
Malgrado la minaccia di arresto e il clima di intimidazione, le manifestazioni delle famiglie sono continuate. Da marzo, anche le famiglie di al-Baida e Derna hanno iniziato ad organizzare manifestazioni davanti agli uffici dell’Agenzia per la sicurezza interna. La manifestazione più imponente sino ad oggi si è svolta il 29 giugno 2009, in occasione dell’anniversario delle uccisioni, quando oltre 200 persone, tra uomini, donne e bambini, hanno marciato per le strade di Bengasi portando striscioni e fotografie dei loro parenti deceduti.
Sul quotidiano on-line Al-Manara è stata postata la registrazione video di alcune donne che cantano:
“Non vogliamo denaro; vogliamo i macellai”.
“Oh Gheddafi dove sono i nostri figli? Vogliamo i corpi dei martiri”.
“No, no, no – non venderemo il sangue dei nostri figli”.[163]
In seguito a queste manifestazioni il Segretario alla giustizia Mostafa Abdeljalil ha affermato che coloro che non avevano accettato l’offerta di risarcimento erano liberi di ricorrere in tribunale e che lo Stato avrebbe dato attuazione a qualsiasi decisione finale emessa dalle corti”.[164]
Obblighi della Libia ai sensi del diritto internazionale
Ai sensi del diritto internazionale, i governi hanno l’obbligo di fornire alle vittime di violazioni dei diritti umani un indennizzo concreto, comprendente giustizia, verità e risarcimenti adeguati, a seguito di un abuso subito. Quale Stato parte all’ICCPR, la Libia ha l’obbligo di fornire un rimedio giuridico accessibile, concreto ed applicabile “determinato dalle competenti autorità giudiziarie, amministrative o legislative o da qualunque altra autorità prevista dal sistema legislativo dello Stato, e di elaborare le possibilità di un rimedio giudiziario”.
Le vittime e i loro familiari hanno il diritto di conoscere la verità riguardo alle violazioni subite. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha accolto il principio in base al quale il rimedio giuridico per le vittime comprende l’accesso a informazioni rilevanti che riguardano le violazioni dei diritti umani.[165] I principi internazionali adottati dall’ex Commissione delle Nazioni Unite sui diritti umani affermano che “indipendentemente da qualsiasi procedura legale, le vittime, le loro famiglie e i parenti hanno l’imprescrittibile diritto di conoscere la verità riguardo alle circostanze in cui hanno avuto luogo le violazioni”.[166] Gli organismi internazionali sui diritti umani hanno enfatizzato l’obbligo dello Stato di informare le vittime, in particolare nei casi di sparizione forzata. Il Comitato diritti umani delle Nazioni Unite ha ritenuto che l’angoscia estrema inflitta ai parenti degli “scomparsi” li rende anch’essi vittime dirette della violazione.[167] Oltre ad informare le vittime e le loro famiglie, lo Stato ha l’obbligo di informare la società in generale in riferimento alle violazioni dei diritti umani, in particolare quando queste sono gravi.[168] Tale obbligo deriva in parte dal suo dovere di impedire violazioni future.
Il dovere di fornire un rimedio giuridico concreto deve inoltre comprendere la restituzione dei resti degli uccisi alle loro famiglie affinché possano provvedere a una degna sepoltura. Nel caso Trujillo Oroza v. Bolivia, la Corte interamericana dei diritti umani ha sentenziato che “la restituzione dei resti mortali nei casi di persone scomparse è, in sé, un atto di giustizia e un risarcimento. È un atto di giustizia conoscere la localizzazione della persona scomparsa ed è una forma di risarcimento perché permette alle vittime di essere onorate, in quanto i resti mortali di una persona meritano di essere trattati con rispetto dai familiari, cosicché questi ultimi possano seppellirli degnamente”.[169]
Diversi trattati internazionali, tra cui l’ICCPR e la Carta africana, richiedono che ciascun individuo sia processato da un “tribunale indipendente e imparziale”.[170] Gli organismi internazionali sui diritti umani hanno coerentemente respinto il ricorso a pubblici ministeri e corti militari nei casi che implicano abusi nei confronti di civili, affermando che la giurisdizione delle corti militari dovrebbe limitarsi ai reati strettamente di natura militare. Anche il Corpus dei principi presentato all’ex Commissione delle Nazioni Unite sui diritti umani raccomanda che i casi riguardanti i diritti umani siano trasferiti ai tribunali civili. I principi guida che governano l’amministrazione della giustizia attraverso i tribunali militari, presentati alla Commissione nel gennaio 2006, affermano che “in ogni circostanza, la giurisdizione delle corti militari dovrebbe essere posta in secondo piano in favore della giurisdizione dei tribunali ordinari nel condurre le inchieste su gravi violazioni dei diritti umani come esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate e tortura, e nel perseguire le persone accusate di tali crimini”.[171]
[119] Per maggiori informazioni v. cap.IV – “Contesto”.
[120] Human Rights Watch, Libya: June 1996 Killings at Abu Salim Prison, 28 giugno 2006, http://www.hrw.org/legacy/english/docs/2006/06/28/libya13636_txt.htm.
[121] Intervista di Human Rights Watch con il consigliere Mostafa Abdeljalil, Segretario alla giustizia, Tripoli, 26 aprile 2009.
[122] “Press Release on Various Cases”, Fondazione internazionale Gheddafi per la beneficenza e lo sviluppo, 10 agosto 2009, http://www.gdf.org.ly/index.php?lang=ar&CAT_NO=4&MAIN_CAT_NO=4&Page=105&DATA_NO=553 (accesso del 17 agosto 2009).
[123] Intervista di Human Rights Watch con M.I., Bengasi, 24 aprile 2009.
[124] Per stabilire un crimine contro l’umanità, considerato tra i reati più gravi dalla comunità internazionale nel suo complesso, deve essere provato che l’omicidio è stato “commesso nel contesto di un attacco generale o sistematico volto a colpire in maniera indiscriminata la popolazione civile, nella consapevolezza dell’attacco”. Gli elementi che consentono di giungere a tale conclusione sono il fatto che l’atto viene commesso quale parte di un attacco nei confronti della popolazione civile, nello specifico la popolazione carceraria, e che tale atto era a tutti gli effetti o era inteso essere parte di una politica volta a colpire dei civili.
[125] La Libia non ha firmato il secondo Protocollo opzionale, che impegna i firmatari ad abolire la pena di morte. Non ha neppure firmato il Protocollo opzionale alla CAT, che consente al Comitato contro la tortura di visitare i luoghi di detenzione. Nel giugno 2004 la Libia ha firmato il primo Protocollo opzionale alla CEDAW, che consente al Comitato per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne di ricevere e prendere in esame i reclami di singoli individui o di gruppi.
[126]Decision:El Hassy v. Libya, Comitato diritti umani delle Nazioni Unite, CCPR/C/91/D/1422/2005, 24 ottobre 2007.
[127]Decision: El Awani v. Libya, Comitato diritti umani delle Nazioni Unite, CCPR/C/90/D/1295/2004, 11 luglio 2007.
[128] “Libya – Truth for All”, Saif al-Islam al-Gaddafi speech, Tripoli, 26 luglio 2008, http://gdf.org.ly/index.php?lang=en&CAT_NO=114&MAIN_CAT_NO=9&Page=105&DATA_NO=251 (accesso del 30 settembre 2009).
[129] Legge 47 (1975), art.48.
[130] “Libya: June 1996 Killings at Abu Salim Prison”, comunicato stampa di Human Rights Watch, 28 giugno 2006, http://www.hrw.org/legacy/english/docs/2006/06/28/libya13636_txt.htm.
[131] Intervista di Human Rights Watch con il generale Abdelfattah al-Obeidi, Segretario alla pubblica sicurezza, Tripoli, 26 aprile 2009.
[132] Intervista di Human Rights Watch con il consigliere Mostafa Abdeljalil, Segretario alla giustizia, Tripoli, 26 aprile 2009.
[133] “Minister of Justice: we asked security to give us the list of the dead in Abu Salim but did not receive it”, in Libya Al Youm, 24 aprile 2008.
[134] Intervista telefonica di Human Rights Watch con A.B., 9 marzo 2009.
[135] “North Benghazi Primary Court Ruling (Arabic)”, 8 giugno 2008, riportato in Akhbar Libya, http://www.akhbar-libyaonline.com/index.php?option=com_content&task=view&id=19275&Itemid=1 (accesso del 30 settembre 2009).
[136] “Secretary of the General People’s Committee for Justice on Abu Salim incident”, in Quryna, 1° dicembre 2008.
[137] Intervista telefonica di Human Rights Watch con A.B., 9 marzo 2009.
[138] Libya Human Rights Solidarity, “Abu Saleem Prison Massacre Libya” 28-29 giugno 1996.
[139] Intervista di Human Rights Watch con il consigliere Mostafa Abdeljalil, Segretario alla giustizia, Tripoli, 26 aprile 2006.
[140] Intervista telefonica di Human Rights Watch con M.S., 24 maggio 2009.
[141] Intervista di Human Rights Watch con Mohamed Hamil Ferjany, Stati Uniti, 13 agosto 2009.
[142] Intervista telefonica di Human Rights Watch con M.A., 20 maggio 2009.
[143] Intervista di Human Rights Watch con Fathi Terbil, Bengasi, 24 aprile 2009.
[144] “Misratah is informed of its dead in the Abu Salim massacre”, in Libya Al Mostakbal, 18 febbraio 2009, http://www.libya-almostakbal.info/News2009/Feb2009/180209_misrata_busleem_victims.html (accesso del 30 settembre 2009).
[145] Intervista di Human Rights Watch con M.I., Bengasi, 24 aprile 2009.
[146] Intervista di Human Rights Watch con M.O., Londra, 29 giugno 2009.
[147] Per maggiori informazioni sulla pena di morte in Libia, v. cap.X “La pena di morte”.
[148] Intervista di Human Rights Watch con il consigliere Mostafa Abdeljalil, Segretario alla giustizia, Tripoli, 26 aprile 2009.
[149] “Press Release on Various Cases”, Fondazione internazionale Gheddafi per la beneficenza e lo sviluppo,10 agosto 2009, http://www.gdf.org.ly/index.php?lang=ar&CAT_NO=4&MAIN_CAT_NO=4&Page=105&DATA_NO=553 (accesso del 17 agosto 2009).
[150] Intervista telefonica di Human Rights Watch con M.S., 24 maggio 2009.
[151] “Families of lost prisoners reject compensation offer” in Al Jazeera, 23 agosto 2008. http://www.aljazeera.net/NR/exeres/D0AC3A84-BD26-4AB9-8E82-B7AF403C8F8C.htm (accesso del 4 luglio 2009).
[152] Intervista telefonica di Human Rights Watch con Mohamed Hamil Ferjany, 8 luglio 2009.
[153] Intervista telefonica di Human Rights Watch con A.B., 26 marzo 2009.
[154] Cfr. l’archivio notizie di Libya Al Youm, http://www.libya-alyoum.com/, accesso effettuato durante il 2009.
[155] Intervista telefonica di Human Rights Watch con A.B., 9 marzo 2009.
[156] Intervista di Human Rights Watch con Mohamed Hamil Ferjany, Stati Uniti, 13 agosto 2009.
[157] Intervista telefonica di Human Rights Watch con M.I., Bengasi, 24 aprile 2004.
[158] Lettere, Libya al Mostakbal, www.libya-al-mostakbal.org (accesso del 30 settembre 2009); intervista telefonica di Human Rights Watch con A.B., 26 marzo 2009.
[159] Intervista telefonica di Human Rights Watch con Mohamed Hamil Ferjany, 8 luglio 2009.
[160] “Urgent Action: Arbitrary Arrest and Fear of Torture”, comunicato stampa di Libya Human Rights Solidarity, 26 marzo 2009.
[161] Intervista di Human Rights Watch con Fathi Terbil, Bengasi, 24 aprile 2009.
[162] Intervista di Human Rights Watch con Fathi Terbil, Bengasi, 24 aprile 2009.
[163] Video postato su Al Manara, all’indirizzo: http://www.almanaralink.com/new/index.php?scid=4&nid=16626 (accesso del 20 giugno 2009).
[164] Muftah Abu Zaid, “In response to the demonstration by families of the Abu Salim incident, Counselor Mostafa Abdeljalil, Secretary of Justice tells Quryna ‘we have created a committee to resolve the issue in the context of reconciliation but those who do not accept its terms are free to resort to the courts”, in Quryna, 30 giugno 2009.
[165] Principi e linee guida fondamentali sul diritto all’indennizzo e al risarcimento per le vittime di gravi violazioni delle norme internazionali sui diritti umani e di gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, 21 marzo 2006, adottati dalla 60ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite, A/RES/60/147, par. 11 (c) e 24.
[166] Corpus dei principi per la protezione e promozione dei diritti umani tramite l’azione per combattere l’impunità, 2 ottobre 1997, adottati dalla Commissione delle Nazioni Unite sui diritti umani, E/CN.4/Sub.2/1997/20/Rev.1, principio n. 3.
[167] Il Comitato diritti umani delle Nazioni Unite ha formulato questo principio nel caso Quinteros v. Uruguay, concludendo che la madre di una persona “scomparsa” aveva i titoli per essere risarcita come vittima, per la sofferenza causata dall’incapacità dello Stato nel fornirle informazioni. Quinteros v. Uruguay, Comitato diritti umani delle Nazioni Unite, caso n.107/1981: “Il Comitato comprende l’angoscia e lo stress provocato alla madre dalla sparizione della figlia e dalla continua incertezza riguardante la sua sorte e localizzazione. La ricorrente ha il diritto di sapere che cosa è accaduto a sua figlia. Sotto questo profilo, anch’ella è una vittima delle violazioni sancite dalla Convenzione, in particolare con riferimento all’art.7.”
[168] Corpus dei principi per la protezione e promozione dei diritti umani tramite l’azione per combattere l’impunità, 2 ottobre 1997, adottati dalla Commissione delle Nazioni Unite sui diritti umani, E/CN.4/Sub.2/1997/20/Rev.1, principio n. 1.
[169]Trujillo Oroza v. Bolivia (Risarcimenti), giudizio del 27 febbraio 2002, par. 115, http://www.corteidh.or.cr/docs/casos/articulos/Seriec_92_ing.pdf, (accesso del 28 settembre 2009. Cfr. anche Staselovich v. Belarus, Comunicazione del Comitato diritti umani delle Nazioni Unite, comunicazione n.887/1999, par. 9.2 (2003), http://humanrights.law.monash.edu.au/undocs/887-1999.html (accesso del 28 settembre 2009).
[170] ICCPR, art.14(1): “Ogni individuo ha diritto ad un’equa e pubblica udienza dinanzi a un tribunale competente, indipendente e imparziale stabilito dalla legge”. La Carta africana dei diritti umani e dei popoli, art.7(1) (b,d); art.7 afferma che ognuno ha “diritto alla presunzione di innocenza fino a che la sua colpevolezza sia stabilita da una corte o tribunale competente” e “diritto di essere giudicato in un tempo ragionevole da una corte o tribunale imparziale”.
[171] Commissione delle Nazioni Unite sui diritti umani, “Diritti civili e politici, compresa la questione relativa all’indipendenza della magistratura, l’amministrazione della giustizia, l’impunità”, rapporto del Relatore Speciale della Sottocommissione sulla promozione e protezione dei diritti umani, Emmanuel Decaux, E/CN.4/2006/58, 13 gennaio 2006, principio 9.







