September 21, 2009

XVI. Centri di detenzione per migranti: condizioni e abusi

Ex-detenuti di tutti i centri di detenzione per migranti in Libia hanno dichiarato ad Human Rights Watch che le condizioni di detenzione sono pessime. I centri di detenzione sono sovraffollati e sporchi, il cibo è inadeguato e le cure mediche pressoché inesistenti. Non vi è quasi comunicazione con le autorità ed è impossibile persino considerare di impugnare la propria detenzione di fronte alla giustizia. Il contatto con difensori legali è tra minimo e nullo, così come le informazioni sulle ragioni o sulla durata della detenzione. Il trattamento delle guardie va dal negligente al brutale, e la corruzione è endemica.

Dal punto di vista amministrativo, le autorità possono detenere i migranti irregolari indefinitamente per via della presunta ragione di organizzare la loro deportazione, anche se non ci sono prospettive immediate per effettuare il loro allontanamento. Una fonte diplomatica in Libia ha riferito ad Human Rights Watch che i migranti possono essere detenuti per un periodo di tempo che va “da qualche settimana fino a 20 anni”. [187] Ci ha dichiarato che la decisione sul rilascio si basa prevalentemente sul sovraffollamento e che gli individui vengono rilasciati nelle fasi in cui i centri di detenzione diventano troppo pieni per contenere altri detenuti.

La Libia è Stato parte del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici (Pidcp), il cui articolo 9 stabilisce che “ Nessuno può essere arbitrariamente arrestato o detenuto [o] esser privato della propria libertà, se non per i motivi e secondo la procedura previsti dalla legge.” La detenzione è considerata “arbitraria” se non è autorizzata dalla legge o in conformità alla legge. È arbitraria anche quando è casuale, imprevedibile, o non accompagnata da procedure eque per un esame legale. [188]

La detenzione arbitraria è stata definita non solo come contraria alla legge, ma anche comprensiva di elementi di ingiustizia e mancanza di prevedibilità. Dato il crescente fenomeno della detenzione indeterminata di migranti e rifugiati, il Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria delle Nazioni Unite ha elaborato dei criteri per determinare se la privazione di libertà di migranti e richiedenti asilo sia arbitraria. Il ‘principio tre’ stabilisce che un migrante o richiedente asilo in detenzione preventiva sia “portato tempestivamente di fronte a un giudice o altra autorità,” e il ‘principio sette’ impone che “un periodo massimo dovrebbe essere deciso per legge e che il carcere preventivo  non può essere, in alcun caso, illimitato o di durata eccessiva.” [189]

Sono molti i centri di detenzione e le prigioni in Libia in cui si trovano dei migranti. [190] A seguire, vi sono i resoconti dei centri di detenzione più frequentemente menzionati da ex-detenuti che si trovano ora a Malta o in Italia.

Kufra

Kufra, situato in una remota località sudorientale della Libia, è il posto di detenzione più frequentemente menzionato dai migranti che Human Rights Watch ha intervistato a Malta e in Italia. In questo luogo vengono detenuti sia migranti alla loro entrata nel Paese, sia quando stanno per essere deportati al di là dei confini di terra con il Sudan e l’Egitto. Ma “Kufra” non denota un singolo centro di detenzione. Sebbene a Kufra ci sia un centro di detenzione per migranti gestito dal governo, anche i trafficanti vi tengono le proprie strutture detentive. Talora, i migranti sono incerti nel distinguerli: alcuni descrivono il centro gestito dal governo come “all’apparenza più simile a una casa che a una prigione”; [191] altri descrivono i guardiani delle strutture private come talvolta abbigliati con uniformi dell’esercito. La maggior parte dei migranti ritiene che i trafficanti e la polizia lavorino insieme, per cui, dal loro punto di vista, la distinzione tra strutture detentive ufficiali e private fa poca differenza. In entrambi i casi, i migranti vengono detenuti per un periodo indefinito, hanno una comunicazione minima con i loro carcerieri (che perlopiù ha luogo nella forma di botte e percosse), e non vengono rilasciati fino a che pagano tangenti. Tutti temono di venir scaricati nel deserto.

Nonostante questa sezione si concentri su Kufra, questi resoconti andrebbero letti come un’istantanea di un viaggio continuo e traumatico. La descrizione di abusi a Kufra non andrebbe letta come a se stante, ma come parte di un continuum di sofferenze e abusi. Andrebbe anche notato che diversi migranti hanno raccontato ad Human Rights Watch di essere stati reclusi a Kufra più volte, all’entrata in Libia così come durante il processo di deportazione, sebbene, almeno per quanto riguarda i nostri intervistati, le deportazioni non venivano completate. Piuttosto, i migranti venivano rilasciati dalla prigione di Kufra, spesso direttamente nelle mani di trafficanti che li prendevano in custodia, esigendo più soldi dalle loro famiglie, per portarli, nuovamente, nelle città costiere.

Il centro di detenzione di Kufra

Tra i migranti, il posto del centro di detenzione ufficiale di Kufra solleva paure di deportazione o di abbandono nel deserto. Il centro è  costituito da un cortile centrale e sei stanzoni per la detenzione, ciascuno dei quali può contenere più di cento persone. A seconda del numero di detenuti, alcune stanze a volte rimangono vuote, anche se ciò può creare delle condizioni, non necessarie, di sovraffollamento nelle stanze in uso. La struttura è circondata da mura con prese d’aria vicino al soffitto così che i detenuti non possano vedere nulla all’esterno. Non ci sono medici o infermieri disponibili sul luogo. Al massimo, i detenuti possono andare all’aperto una volta al giorno quando le guardie li contano. Sebbene questa sia un’opportunità per respirare aria fresca, è anche il momento in cui si verifica la maggior parte dei pestaggi.

Ghedi, un Somalo di 29 anni, ha descritto così il periodo trascorso nel centro di detenzione di Kufra nell’aprile del 2008:

Fui catturato entrando nel Paese, e la polizia ci portò alla prigione di Kufra. Era una prigione davvero brutta. C’erano circa 600 persone tenute lì. Dormivamo tutti sul pavimento. Non c’erano materassi. C’era un bagno ogni 100 persone. Ci davano del sapone una volta la  settimana.
Le guardie ci picchiavano senza motivo. Ci schiaffeggiavano in continuazione. Una volta fui colpito con il calcio di un fucile. Le guardie ci picchiavano specialmente di notte, quando erano sotto l’effetto dell’hashish. Alcune guardie ci prendevano a calci con i loro scarponi, altre con le mani o con un’arma. Dormivamo solo prima dei pestaggi. Non chiedevamo nulla. Non facevamo nulla. Venivo colpito su tutto il corpo.
La prima volta pagai 300 dollari e non fui rilasciato. Poi pagai altri 500 dollari e mi rilasciarono. Era notte. I trafficanti, la polizia o l’esercito, erano la stessa cosa. Erano tutti uguali. [192]

Abdul, un Somalo di 22 anni che abbandonò la Somalia per il clima di violenza politica, passò due mesi a Kufra, il marzo e l’aprile del 2008, dove rimase in una stanza priva di finestre con 45 persone. Secondo Abdul il centro di detenzione di Kufra conteneva 300 persone in totale. Ha detto che il centro operava sotto l’autorità della polizia di Kufra. Ci ha spiegato che non c’era abbastanza cibo, che sei persone dovevano ripartirsi una manciata di riso e che doveva condividere uno sporco materasso sul pavimento. Abdul condivideva anche un bagno con le 45 persone nella stessa stanza in cui tutti dormivano e mangiavano. “Era davvero sporco, e dal bagno arrivava cattivo odore quando si mangiava”. Faceva parte di un gruppo famigliare, all’interno del quale vi era anche una donna: 

Le guardie cercavano di approfittarne sessualmente. Provai a fermarli. Mi colpirono. Mi diedero un pugno nell’occhio e mi colpirono con bastoni. Mi portarono in un'altra stanza e mi diedero delle scariche elettriche. Mi tirarnono su per le gambe e mi appesero a testa in giù, tra i 15 e i 20 minuti, e mi sottoposero a scariche alle braccia e alla pancia. [193]

Abdul ha anche riferito di aver visto le guardie di Kufra passare un attizzatoio di metallo bollente attraverso l’orecchio di un detenuto colto in un tentativo di evasione. “Riscaldarono l’attizzatoio fino a farlo diventare incandescente e gli squagliarono l’orecchio”, ha detto.

Iskinder, un Etiope di 40 anni, ha raccontato che fu arrestato dalla polizia Libica e di aver passato un mese nella prigione di Kufra dove, ha dichiarato, i pestaggi erano diffusi:

Non eravamo in grado di capire le guardie, né loro di capire noi. Ci parlavano con dei bastoni. Se volevo aprire la porta, la guardia mi prendeva a calci per farmi spostare. Ho visto gente ridursi con le gambe rotte per le botte.
La polizia diceva che ci avrebbe deportati, ma poi ci portavano dai trafficanti per pagare più soldi per farci riportare a Tripoli. Chi era senza soldi rimaneva a Kufra. Io pagai. Dipende tutto dai soldi. [194]

Abdi Hassan, un Somalo di 23 anni, fu arrestato il 22 gennaio 2008, non appena entrato nella cittadina di Kufra, e passò i tre mesi successivi nel centro di detenzione di Kufra. Ha descritto come “normale” il livello di pestaggi e abusi:

Ci colpivano a casaccio ogni giorno con manganelli da poliziotto. A volte ci prendevano a pugni o a calci con i loro scarponi. I pestaggi si verificano prevalentemente durante il conteggio dei detenuti ai cambi turno alle 6 del mattino e alle 6 del pomeriggio, ma potevano capitare in qualsiasi momento del giorno o della notte. C’erano in tutto dieci guardie, cinque per ogni turno, e un paio erano responsabili della maggior parte dei pestaggi.
La gente si lamentava della mancanza di cibo e si prendeva le botte. C’erano molti contrasti. C’era un gran sacco di gente in una stanzetta, e penuria di viveri. Una vota passammo due giorni senza cibo. Di solito mangiavamo una volta o due ogni due giorni. Il cibo non era mai abbastanza. C’erano perdite nei bagni e gli scarichi fuoriuscivano nel dormitorio. Le condizioni erano tremende. [195]

Centri di detenzione privati a Kufra

Sebbene alcuni degli edifici dove i migranti sono tenuti contro la loro volontà siano chiaramente di proprietà e gestione di trafficanti libici civili, in molti casi i trafficanti si comportano come polizia o esercito, esibendo credenziali di forze dell’ordine o usando equipaggiamento dall’aspetto ufficiale, così che ai migranti, spesso, rimane la chiara impressione che i trafficanti siano legati alle autorità.

Tra i migranti, i centri privati sono conosciuti con diversi nomi: “La casa popolare”, “la fattoria”, e “la casa di [nome omesso]”. In alcuni di questi posti, la gente viene tenuta in delle stanze chiuse; altrove, si tratta di complessi deserti dove i detenuti dormono all’aperto.

La paura che scaturisce dai centri di detenzione di Kufra non deriva solo dalle terribili condizioni e maltrattamenti, ma anche dal fatto che il destino dei migranti è completamente nelle mani dei loro rapitori, e tutti temono di essere lasciati a morire nel deserto. Berihu, un Eritreo di 32 anni, ha raccontato come dopo 18 giorni di attraversamento del deserto del Sahara il suo gruppo di 65 persone fu imprigionato in una casa di Kufra per due settimane, dove i trafficanti pretendevano che i detenuti si facessero trasferire dei soldi dalle proprie famiglie:

Non avevamo nulla. Avevamo sofferto nel viaggio attraverso il Sahara. Eravamo pronti a morire. Era tutto buio, il futuro era buio. Non ci aspettavamo nulla. Se provavi ad uscire dalla porta, ti colpivano con un bastone. Si comportavano come la polizia. Avevano divise dell’esercito ed usavano manganelli della polizia. Ci dicevano di essere dell’esercito e che ci eravamo introdotti illegalmente nel loro paese. Ma non erano veramente dell’esercito.
Li vidi portar via delle donne. Presero una donna col marito. Li fecero uscire insieme, ma una volta fuori dalla stanza, li separarono. Separarono la moglie dal marito e la stuprarono.
Parlo un po’ d’arabo, quindi provai a parlargli, ma mi rispondevano con le botte, quindi dovetti rimanere zitto.
Tutti dovettero pagare per uscire di lì. Dopo aver pagato, ci consegnarono ad un altro criminale che ci portò a Bengasi. [196]

Strutture detentive per migranti nell’area di Tripoli

I migranti hanno riferito ad Human Rights Watch di venir chiusi in centri a Tripoli o nei dintorni, a volte per mesi, ma di non conoscere in nomi effettivi o le specifiche ubicazioni dei posti di detenzione. In particolare a partire dalla chiusura di uno dei centri di detenzione più utilizzati, Al Fellah, non è certo che i migranti facciano effettivamente riferimento allo stesso posto. Non di meno, la descrizione delle condizioni e del trattamento è degna di documentazione anche se le ubicazioni esatte non possono essere specificate con certezza.

Zuls, un Eritreo di 28 anni intervistato a Roma da Human Rights Watch, ha passato tre mesi in una prigione di Tripoli nel 2006. Non sapeva, o non ricordava, il nome del posto, ma era in grado di ricordare come fosse:

Era davvero sovraffollata. Non c’era spazio. Avevamo tutti problemi alla pelle. Non eravamo in grado lavarci, di tenerci puliti. C’era caldo. C’erano solo delle finestrelle in cima alla stanza. Mancava l’aria. Non ci era permesso di andare all’aperto. [197]

Ermi, un Eritreo di 25 anni, ha descritto in termini simili le condizioni di sovraffollamento nel centro di detenzione di Tripoli nel 2006, ma è andato oltre nel parlare della brutalità delle guardie:

Le guardie non ci dicevano niente. L’unico contatto era al momento del conteggio, una volta al giorno. Se dicevi qualcosa, ti colpivano con un manganello nero. Li ho visti colpire un sacco di gente. I colpi non venivano dati solo per far spostare la gente, ma per far loro male. Rompevano braccia. Ferivano la gente. Era normale. Anche la violenza sulle donne era diffusa. Minacciavano di portare le donne in un’altra stanza per abusarne. Avevamo tutti paura che ci avrebbero portati a Kufra. Scappai dopo una settimana. Uno dei miei migliori amici si ruppe una gamba arrampicandosi sul muro. Portarono molti dei miei amici a Kufra, in modo da portarli al confine tra Sudan e Libia. [198]

L’aeroporto

Vi è un nuovo centro di detenzione a Towisha vicino all’aeroporto di Tripoli che sembra, al momento, il più grande centro di detenzione per migranti in Libia, e che contiene, ogni giorno, circa 900 persone. Alcuni ci sono rimasti per due anni, sebbene si tratti, in teoria, di un centro per detenzioni di breve periodo. Raramente è permesso ai detenuti di uscire dalle celle prive di finestre e dai muri elevati, e quando in effetti escono è solo per entrare in un cortiletto senza alcuna vista se non quella, sopra di loro, del cielo. Ironicamente, a Towisha vi è un giardino ben tenuto oltre le mura, che i detenuti non vedono mai. Il centro di Towisha viene utilizzato prevalentemente per migranti che sono in procinto di essere deportati via aria dalla Libia, che è la modalità più diffusa di deportazione.

Human Rights Watch non avuto modo di intervistare nessuno degli ex-detenuti di Towisha, forse perché è un centro relativamente nuovo o forse perchè la maggior parte dei suoi detenuti viene rinviata nei Paesi d’origine. Ciononostante, abbiamo intervistato Aron, un Eritreo di 26 anni che ha detto di essere stato detenuto all’aeroporto per un mese nel 2007, sebbene non fosse sicuro che si trattasse o meno di una struttura detentiva legittima vera e propria:

Fui tenuto nella prigione dell’aeroporto per un mese, e venivo picchiato regolarmente. Non sono sicuro che si trattasse di un posto legale. Era fatto di metallo, era bollente di giorno e freddo di notte. Pagai una tangente di 500 dollari per uscire. Sono dei ladri. Tengono la gente solo per far soldi. Fanno affari (...) mettono la gente in cattive condizioni così che la gente contatti le famiglie per avere soldi. [199]

Centro di detenzione di Jawazat

Aman, un Eritreo di 26 anni, ha descritto il centro di Jawazat a Tripoli come una prigione:

Mancavano materassi, coperte, lenzuola. C’erano 32 nazionalità e 75 persone in una stanza, circa 300 in tutta la struttura. Il cibo era inadeguato. Per 300 persone c’era un solo bagno. Era sporchissimo. Non c’era assistenza medica.
Le guardie erano come quelle di Misurata. Era normale per loro picchiarci. Ci picchiavano vicino all’ufficio del capo. Usavano scariche elettriche, ma non colpivano sulla pianta del piede. [200]

Tomas, un Eritreo già citato in precedenza, fu tenuto a Jawazat per due mesi alla fine del 2006:

Eravamo nella stessa stanza con altri 160. Tutti in una stanza. Era come un garage per auto con solo dei buchetti in alto come finestre. Dovevamo urinare in bottiglie di plastica da buttare via la sera. Ci permettevano di andare in bagno solo una volta al giorno. In molti avevano problemi alla pelle. Non c’era sapone. Ci davano acqua da bere in un barattolo. In molti avevamo problemi di stomaco. Dovevamo supplicare le guardie di portare al bagno chi stava male.
Le guardie erano crudeli. Si drogavano. Li vedevamo fumare hashish tutti i giorni. E scherzavano, “Dove sono i Cristiani che non stanno digiunando?” [era Ramadan] Si vedeva come ci discriminassero e ci dicevano che non gli piacevano i Cristiani.
Un giorno, stavamo cantando. Arrivarono le guardie e ci dissero, “Chi sta facendo chiasso?” Gli altri dissero, “Sono i Cristiani”. Tirarono fuori noi sei e ci picchiarono. Ci percossero i piedi con una mazza di legno. Picchiarono sulle piante dei piedi tra i cinque e i 10 minuti. Due guardie sistemarono un’asse di legno sotto le nostre gambe, e poi legarono le gambe al legno. Cademmo all’indietro, e poi colpirono sui piedi. Ce lo fecero a tutti e sei. Ci colpirono solo sui piedi. Sanno che dopo le percosse è impossibile camminare, ma ci fecero correre intorno al cortile dopo averci colpito i piedi. Questo accadde a mezzanotte.
Il capo del campo non era lì quando questo accadde, ma tutte le guardie sapevano che stava succedendo.
Ora sto bene. Non ci sono stati danni permanenti, ma la prigione è stata molta rigida per me. Condiziona la tua identità, chi sei. Ti vedono come inferiore e ti senti inferiore a loro, fisicamente e spiritualmente. [201]

I centri di detenzione lungo la costa nord-occidentale della Libia (fuori Tripoli)

Al-Zawiya

Al-Zawiya, una cittadina a sud-ovest di Tripoli, ha uno dei centri di detenzione più grandi di tutta la Libia. Viene utilizzato, generalmente, per i migranti che vengono rinviati in Libia in seguito a un tentativo fallito di partenza con barconi, comprese la maggior parte delle donne che sono state intercettate dall’inizio della politica di respingimento dell’Italia dal maggio 2009. Quella di Al-Zawiya è una struttura notoriamente sporca e sovraffollata. Le testimonianze raccolte da Human Rights Watch riportano che le dimensioni delle celle erano di circa 8 metri per 8, e che vi si trovano, spesso, fino a 150 persone alla volta. Le celle femminili non sono altrettanto sovraffollate per la semplice ragione che ci sono meno donne in uno spazio simile.

Abdul, il Somalo di 22 anni che viene anche citato nel resoconto della sua permanenza di due mesi nel centro di Kufra, fu arrestato e portato ad Al-Zawiya dopo che il suo barcone fu intercettato dalla marina libica. “Non era una buona prigione,” ha dichiarato. “Era come a Kufra. Era sporchissimo. Era gestito dalla polizia, non dall’esercito.” Abdul ha anche detto di aver corrotto una guardia per fuggire da Zawiya. [202]

Adeban, un Ghanese di 27 anni che fu detenuto per tre mesi nel centro di Al-Zawiya, ha detto di essere stato picchiato ogni mattino con dieci frustate durante il conteggio. Alla fine, fu rilasciato dopo aver pagato una tangente di 200 dollari.

Innocent, un Nigeriano di 19 anni, fu detenuto ad Al-Zawiya del 2007. Ha raccontato che era un campo di deportazione, ma che per lui essere deportato non significava necessariamente un ritorno in Nigeria; poteva significare, allo stesso modo, una morte nel deserto.

La gente veniva picchiata tutti i giorni. Veniva colpita duramente con mazze di legno. Se dicevi di essere cristiano, ti picchiavano e ti buttavano nel deserto. Ho scordato i nomi delle persone che morirono. Davano loro le benedizione, dicendo “Allah gali”, allora sapevamo che erano morti. [203]

Misurata

Misurata, una struttura detentiva sulla costa a circa 200 chilometri a est di Tripoli, è di fatto divenuta, in anni recenti, un centro specializzato prevalentemente per rifugiati e richiedenti asilo eritrei ed altri individui di interesse per l’Unhcr. Raccoglie di solito tra le 600 e le 700 persone, alcune per due o tre anni.

A causa del coinvolgimento dell’Unhcr a Misurata e della presenza delle Ong sue partner che vi prestano i propri servizi, il centro di Misurata è considerato come il centro di detenzione modello della Libia, ed è stato relativamente  aperto a giornalisti ed Ong. Ciononostante, i migranti hanno raccontato ad Human Rights Watch di venire picchiati regolarmente a Misurata. A volte i pestaggi cominciavano all’arrivo. Dopo essere arrivati esausti, disidratati, e spaventati, le forze dell’ordine libiche e i funzionari di polizia li accoglievano, nel migliore dei casi, con un’insensibilità indifferente e, nel peggiore, con netta brutalità. Secondo l’Unchr, tali pestaggi ed altri abusi sono terminati nel 2007 con la presenza dell’Unhcr e le Ong sue partner. [204]

Daniel, un Eritreo di 26 anni, precedentemente citato circa il suo intercettamento e rinvio da parte della Guardia costiera maltese nel luglio del 2005, [205]   fu picchiato al porto una volta tornato a Tripoli, stipato insime a molte altre persone su di un camion chiuso, e trasportato a Misurata. La sua storia continua:

Poi arrivammo a Misurata, e aprirono gli sportelli del camion. Non appena si aprirono le porte, le guardie erano lì ad aspettarci e cominciarono a picchiarci immediatamente. Ci colpivano con bastoni per farci scendere dal camion.
Ci trattarono male a Misurata. C’erano Eritrei, Etiopi, Sudanesi, ed alcuni Somali. Le stanze non erano pulite. Ci concedevano solo mezz’ora d’aria al giorno e l’unico motivo per cui ci facevano uscire era per contarci. Ci sedevamo al sole. Chiunque parlasse veniva colpito. Mi colpivano con un tubo di plastica nero.
Non c’era l’Unhcr. Nessuno veniva a trovarci. Persino la polizia non ci interrogava. Non ci dicevano mai niente. C’era un’altra stanza per le donne e i bambini. Ogni notte le guardie prendevano le donne per soddisfare le proprie voglie. Conobbi una donna incinta pronta a dare alla luce il figlio. Gli diede luce lì, in prigione con noi. [206]

Secondo Daniel, alcune persone sono state detenute a Misurata per nove mesi. Aman, un Eritreo di 26 anni, che passò un mese a Misurata dopo che la sua barca fuori uso, con a bordo 172 persone, tornò in Libia il 21 maggio 2004, ha riferito che i pestaggi erano più frequenti di venerdì, quando i supervisori erano più noncuranti e assumevano droghe:

Fui arrestato durante un tentativo di lasciare la Libia. Quando facemmo partire la barca, il timone e la bussola si ruppero, quindi tornammo dopo un’ora. Allo sbarco la polizia era già lì. Mi colpirono sulle mani e sulle braccia. Ci portarono prima alla stazione di polizia di Kumas, vicino al mare, dove passammo un giorno. Da lì, ci portarono a Misurata, dove passammo un mese. A Misurata tutti venivano picchiati. Non ci trattavano bene.
Di notte, i pestaggi erano la regola. I pestaggi peggiori erano di venerdì. Le guardie si drogavano soprattutto di venerdì e picchiavano i prigioneri. Ci portavano in una stanzetta per dei pestaggi più estesi. A volte ci colpivano con un bastone, un manganello da poliziotto, altre con una sbarra di metallo. Ci colpivano soprattutto sull’interno del piede. A volte usavano scariche elettriche. La corrente passava per un filo con il quale toccavano la pelle. A volte ci frustavano con un cavo elettrico dove non passava elettricità.
Non mangiavamo a sufficienza a Misurata. I detenuti si suddividevano tra un 80 percento di Eritrei ed un 20 percento di Etiopi. [207]

Altri venivano portati a Misurata dopo la cattura sulla strada tra Kufra e la costa. Jonas, un Eritreo di 39 anni, fu arrestato poco dopo il suo arrivo in Libia il 12 ottobre 2008:

Ci arrestarono sulla strada per Tripoli e ci portarono a Misurata. Si stava così male lì. Non c’era alcun rispetto per i diritti. Nessuno sapeva quanti mesi ci sarebbe stato recluso. Rimasi per tutto il tempo in una stanza chiusa con altre 25 persone. Era sporco. Dormivamo nella stessa stanza dove c’era il bagno. Ci picchaivano con manganelli. Picchiavano una persona in tre o quattro alla volta. Non c’era alcuna comunicazione con loro. Dopo tre mesi scappai. [208]

Alcuni ex-detenuti hanno fatto cenno alla presenza dell’Unhcr a Misurata, ma riferiscono che nella struttura gli abusi continuavano nonostante una attenzione internazionale maggiore che in altri siti. Teame, un Eirtreo di 28 anni, aveva passato 10 mesi di detenzione a Misurata nell’estate del 2007. Ha detto che erano tutti Eritrei e che l’Unhcr veniva in visita ogni paio di mesi e portava via dei rifugiati, ma che questo non lo faceva sentire in alcun modo più sicuro con le guardie:

Il trattamento era davvero cattivo, anche se i pestaggi non erano tanto gravi quanto quelli che avevo subito in altri posti. Mi picchiavano con un bastone ed il calcio dell’arma. Eravamo in tanti e ci picchiavano tutti. Ogni giorno, botte. La lingua con la quale ci parlavano erano le botte. Quando chiedevano da mangiare ci colpivano.
Le donne, di solito, venivano trattate un po’ meglio, ma so di una donna che fu presa a botte fino a che le si paralizzò la gamba. C’era un’altra ragazza che fu copita al rene e stava malissimo. Non c’era rispetto per le donne.
Due del nostro gruppo morirono a Misurata, erano malati e non ricevettero cure. Non sapevamo che malattia avessero. Uno aveva 26 e l’altro 20 anni. Nessun medico venne a Misurata.
Le guardie erano disumane. Ci contavano uno per uno e ci facevano stare in piedi sotto un sole cocente per ore. Se uno qualsiasi di noi avesse fatto obiezioni o parlato ci avrebbero preso a botte. Non c’è modo di spiegare i pestaggi, perchè fui picchiato ovunque. Se una qualunque delle guardie aveva un problema a casa, si sfogava su di noi picchiandoci.
Pagai 700 dìnari [circa 360 dollari] alle guardie per rilasciarmi dopo 10 mesi di detenzione. Pagai la tangente a due guardie: una per aprire il cancello, l’altra per aspettarmi dall’altro lato e lasciarmi uscire. Riuscimmo ad andarcene in questo modo con un gruppo di 50-60. [209]

Nonostante l’Unhcr e la sua Ong partner, la Iopcr, abbiano recentemente introdotto una clinica a Misurata con tre medici a tempo pieno, gli ex-detenuti hanno riportato che, ancora fino a tutto il 2007, non vi erano cure mediche dipsonibili neanche per detenuti gravemente ammalati.

Madihah, un’Eritrea di 24 anni, ha descritto così la precarietà delle condizioni sanitarie:

Non c’erano cure per i prigionieri, nessuna attenzione medica. Alcuni impazzivano, altre hanno avuto figli in prigione. Tutti soffrivano di allergie. Ho sentito che un uomo è morto lì due mesi fa per la mancanza di cure. Si vedevano gli insetti sopra le ferite. [210]

Sebbene il centro di Misurata sia stato più aperto all’esterno di altri centri per migranti in Libia, le visite di Ong e giornalisti hanno rivelato un substrato di minacce e intimidazioni. Il giornalista italiano Gabriele del Grande e il giornalista televisivo tedesco Roman Herzog, ottennero il permesso di visitare Misurata il 20 novembre 2008 ma non gli fu permesso di intervistare privatamente i detenuti. Il direttore del campo, il colonnello, ‘Ali Abu ‘Ud, si aggirava nei paraggi ascoltanto le lamentele dei detenuti  fino a che non è più riuscito a trattenersi. Scrive del Grande:

Il colonnello Abu ‘Ud segue la conversazione grazie alla traduzione in arabo dell’interprete, finché non riesce più a trattenersi. “Vuoi ritornare in Eritrea?” chiede a J. interrompendo bruscamente l’intervista. “Preferisco morire – gli risponde – tutti preferirebbero morire. “Se vuoi andare in Eritrea ti rimpatriamo in un solo giorno” minaccia il direttore.
“Ci vietano di parlare con te” dice J. a Roman. Il direttore diventa furioso. Gli grida in faccia “Dite loro che li rimpatrieremo tutti!”. Poi si avvicina a Roman e con un urlo secco ordina: “Finito!”. Roman cerca di protestare, “abbiamo finito” gli ripette Abu ‘Ud mentre gli agenti lo tirano per le braccia verso l’uscita. Intanto il colonnello sale sui gradini e si rivolge a gran voce a tutti i rifugiati che nel frattempo si sono avvicinati per vedere cosa stia accadendo. “Se vi sentite maltrattati qui, organizzeremo il vostro rimpatrio immediatamente. Avete già rifiutato di ritornare nel vostro paese, ecco perchè siete in questo posto. Ma ognuno di voi è libero di ritornare in Eritrea! Chi vuole andare in Eritrea?” chiede alla folla. “Nessuno!” gli fanno eco i presenti. Scende e grida al mio collega “Hai visto! Adesso abbiamo veramente finito.” [211]

Zuwara

Dall’esterno Zuwara ha più l’aspetto di una casa che di un centro di detenzione, ma le porte sono murate all’interno e chiuse. I detenuti dormono sul pavimento. Ex-detenuti riferiscono che gli venivano dati acqua e cibo e niente più. È uno dei posti dove vengono portati i migranti dei barconi respinti dagli Italiani a partire dal maggio 2009.

Abdikarim , un Somalo di 21 anni, era su di un barcone intercettato dalla marina libica nel marzo del 2008. Fu riportato in Libia e mandato al centro di dentenzione di Zuwara, dove passò i tre mesi successivi.

Le condizioni erano terribili ma non ebbi problemi personali con nessuna delle guardie, quindi non mi successe niente. Se una guardia ti diceva di fare qualcosa, e non lo facevi immediatamente, ti picchaivano. Eravamo in 20. Dormivamo sul pavimento. Ci lasciavano uscire all’aperto pr una decina di minuti al giorno. [212]

Abdikarim ha riferito che le guardie dicevano ai detenuti che potevano pagare per uscire. Per ottenere il proprio rilascio pagò 700 dollari.

Zleitan

Alcuni migranti che falliscono nel tentativo di partire via mare vengono portati in un centro di detenzione a Zleitan, una città portuale ad est di Tripoli. Mohammed Hassan, un Somalo di 27 anni con ecchimosi sul petto e le gambe, ha riferito ad Human Rights Watch delle sue recenti esperienze nel centro di detenzione di Zleitan, dopo una partenza non riuscita con un barcone:

Il motore non funzionava. Rimanemmo per  quattro giorni sulla barca senza acqua né viveri. Morirono tre persone. Quando tornammo a riva, la polizia ci aspettava sulla spiaggia. Provarono a farsi dare tangenti ma del nostro gruppo di 56 persone solo uno aveva abbastanza soldi per per una tangente. Portarono tutti noi altri alla prigione di Zleitan, dove passammo i successivi 24 giorni.
Non c’era abbastanza da mangiare. Ci davano zuppa con riso. Era piena di sale e mi faceva male allo stomaco. Lì avevano tutti la scabbia e malattie alla pelle. Mi ammalai. Mi venne un foruncolo sul petto. Non c’erano medicine. Te le potevi scordare.
Quando gli dissi che stavo male, mi portarono fuori e mi picchiarono. Mi colpirono per circa mezz’ora con barre di metallo e cavi elettrci. Fui picchiato piu di cinque volte a Zleitan. Il direttore della prigione non picchiava la gente, solo le guardie. Ho ancora lividi sul petto e sulle gambe per i pestaggi.
Poi mi trasferirorno in un’altra prigione, a Garabulli. Era meglio che a Zleitan perchè lì non mi picchiavano. Il direttore a Garabulli prende tangenti. Scrissi a mia madre di mandarmi i soldi. Quando li ricevette, mi liberò. Passai quattro mesi in detenzione. [213]

Molti dei migranti che sono stati intercettati e rinviati in Libia dagli italiani sono stati portati anche a Garabulli.

Abdi Hassan, un Somalo di 23 anni, era su un barcone che affondò e fu salvato da una barca privata che lo portò a Zleitan. All’arrivo, dei soldati lo catturarono e misero lui ed altri 25 in una vettura chiusa, e li trasportarono a quella che lui descrive come la “prigione della guardia costiera” di Zleitan. Fu tenuto lì, insieme agli altri 25 compagni di viaggio, in una cella di 10 metri per 10 dove, racconta, “i giovani soldati libici si divertivano picchiandoci e maltrattandoci.” Fu tenuto in questa cella per un mese.

Abdi Hassan fu rilasciato da Zleitan il 7 luglio 2008. Ha descritto così il suo rilascio:

Il capo della prigione mi usò come interprete per tradurre un annuncio a tutti i prigionieri. Disse: “È arrivato il momento di fare affari. Mi dovete pagare tutti 1000 dollari per il salvataggio in mare. Chi paga sarà mandato dai trafficanti per essere aiutato ad andare in Europa.” La maggior parte di noi pagò. Ci rilasciarono tutti e ci portarono con auto della polizia al quartiere di Abu Salim, e ci lasciarono alla porta di casa di un trafficante, dove tutto era cominciato prima che la nostra barca affondasse. [214]

Sabratha

Un altro posto dove i migranti hanno riferito di maltrattamenti da parte delle guardie è il centro per migranti di Sabratha, situato sulla costa, ad ovest di Tripoli, a metà strada verso Zuwara. Tomas, un Eritreo di 26 anni, ha riferito ad Human Rights Watch di essere stato torturato dalle guardie del centro, nel giugno del 2007, come punizione per un tentativo di evasione:

Alle porte della prigione, cominciammo tutti a correre. Circa 32 persone corsero in tutte le direzioni; 18 furono presi. Io ero tra questi. Quando mi catturarono, i comandanti sapevano che ero quello che aveva organizzato la fuga. Mi presi la punizione per tutti quelli che erano riusciti a scappare. 
Mi picchiarono tre guardie con sbarre di legno e di metallo.  Mi picchiarono per più di dieci minuti. Mi chiamavano “negro” mentre mi picchiavano. Quando caddi a terra, mi presero a calci. Mi colpirono in testa con una sbarra di metallo. Ho cicatrici e dolori alla testa. Ho ancora dolori alle spalle, le sbarre di metallo erano sottili, ma non si piegavano. 
Mi picchiarono non appena mi presero. Quelli di noi che erano scappati, li legarono in un modo speciale. Per due giorni, ci tennero separati dagli altri. Ci buttavano acqua addosso. Non potevo camminare per i dolori all’inguine. Temevo davvero di avere un’emorragia interna alla testa. Non potevamo neanche sognarci di vedere un dottore o un infermiere. 
Mi tennero a Sabratha per due settimane. Lì tenevano circa cento persone. C’erano Eritrei, Africani occidentali, ed Etiopi. Era un posto davvero sporco. Dovevamo urinare in bottiglie di plastica. Alcune delle persone che mi picchiarono all’inizio furono le mie guardie per le due settimane successive. Continuarono a trattarmi duramente. Continuarono a picchiarmi. 
Quando c’era l’amministratore della prigione, il trattamento migliorava. Non ti picchiavano di fronte all’amministratore. Chiaramente, le guardie si drogavano. Quando erano sotto l’effetto di droghe, si sentivano superiori e ci trattavano come cani. È in quei momenti che ci prendono fisicamente a calci come cani. [215]

Ganfuda

Ganfuda è un centro di detenzione fuori Bengasi che, al momento della stesura del presente rapporto, contiene 450 detenuti, prevalentemente Somali ed Eritrei. Alcuni dei detenuti sono stati a Ganfuda per cinque anni, secondo resoconti dei migranti. I migranti lo descrivono come una prigione. Abdi Hassan, il Somalo che è  stato menzionato nella descrizione del centro di Kufra, vi fu tenuto per sei mesi. Diversamente dalla maggior parte dei centri di detenzione, dove i contatti tra le guardie e i detenuti sono minimi, a Ganfuda, secondo Abdi Hassan, ogni detenuto veniva interrogato (e picchiato) individualmente:

C’erano circa 100 prigionieri somali lì. Ognuno di noi veniva convovcato in una stanza a parte per gli interrogatori. Quando entrai nella stanza, il figlio del direttore della prigione mi interrogò e mi picchiò. Le altre guardie stavano a lato, ma lui mi picchiava con una mazza di legno. Passò tre o quattro minuti a percuotermi la pianta dei piedi. Colpiva ciascun piede per cinque o sei volte. [216]

Abukar, un Somalo di 25 anni, era stato a Ganfuda per più di un anno all’epoca dell’intervista con Human Rights Watch. Veniva tenuto in una cella con altri 70 Somali. Racconta: “Le guardie ci tengono chiusi qua dentro e basta. Ci umiliano. Ci picchiano. Se gli parliamo, ci puniscono con molta durezza. Ci fanno del male con l’elettricità.” [217] Abukar ha riferito ad Human Rights Watch di un incidente accaduto il 10 agosto 2009:

Ieri notte un gruppo di Somali e Nigeriani ha visto che il cancello esterno era aperto e ha provato a fuggire. Le guardie hanno aperto il fuoco su di loro. C’erano circa 30 guardie, ma sono stati in cinque a sparare. Sono riuscito a vedere che la maggior parte dei miei amici è stata ferita, e che alcuni sono caduti a terra. Sono riuscito a vedere che qualcuno è stato colpito da tre pallottole. Non so se qualcuno di loro sia stato ucciso. Tra i 30 e 50 sono riusciti a scappare, ma le guardie li hanno riportati indietro, compresi due che avevano perso i sensi. Un’ora più tardi, altre guardie sono arrivate e hanno cominciato a picchiarci. [218]

Voice of America ha riportato l’incidente, e con esso la smentita dell’Ambasciatore libico in Somalia che si fosse verificata un’evasione dalla prigione o che qualcuno fosse stato ucciso. [219] Secondo fonti Somale, 20 detenuti sarebbero stati uccisi a colpi d’arma da fuoco. [220]

Riconoscimenti e ringraziamenti

Questo rapporto è stato scritto e documentato da Bill Frelick, direttore delle Politiche per Rifugiati ad Human Rights Watch. Il rapporto è stato anche documentato e curato da Heba Morayef, ricercatrice per Medio Oriente e Nord Africa. Leslie Lefkow e Ben Rawlence, ricercatori nella divisione Africa ad Human Rights Watch, hanno compiuto ulteriori ricerche sul campo. Helen Butcher ha effettuato ricerca legale e assistenza nella revisione. Il rapporto è stato curato da Iain Levine, direttore dell’Ufficio Programmi. Clive Baldwin, consigliere legale esperto, ha effettuato la revisione legale. SarahLeah Whitson, direttrice della Divisione Medio Oriente e Nord Africa, Ben Ward, co-direttore della Divisione di Europa e Asia Centrale, Judith Sunderland, ricercatrice nella Divisione di Europa e Asia Centrale, Liesl Gerntholtz della Divisione per i Diritti delle Donne, Simone Troller della Divisione Diritti dell’Infanzia, e Lefkow della Divisione Africa, hanno fornito commenti, così come l’Unhcr e i rappresentanti di Ong ed enti che prestano assistenza legale in Libia, Italia e Malta. Valerie Kirkpatrick del Programma Rifugiati ha assistito la fase di revisione. Grace Choi dell’Ufficio Programmi ha dato assistenza di produzione. Hanno fatto da interpreti sul campo Adil Mohammed Ahmed e Muhammed Ismail a Malta, e Manfred Bergmann e Michael Ghebregherghis in Italia. Tino Camarda della Divisione Medio Oriente e Nord Africa ha eseguito ricerche aggiuntive e traduzioni. Janna Rearick ha eseguito ulteriori ricerche legali.

Human Rights Watch esprime il suo ringraziamento agli enti che promuovono ed effettuano assistenza legale e sociale in Libia, Italia e Malta, in particolare agli staff della Fondazione Gheddafi, del Servizio dei Gesuiti per i rifugiati, di Medici Senza Frontiere, del Consiglio italiano per rifugiati, di Save the Children, e dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, e dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Siamo particolarmente grati ai governi italiano e maltese per averci concesso di accedere ai centri di detenzione per migranti a Malta, in Sicilia e a Lampedusa.

[187]La fonte ha richiesto l’anonimato.

[188]Inoltre, migranti e richiedenti asilo in detenzione devono essere informati per iscritto, in un linguaggio a loro comprensibile, delle motivazioni della loro detenzione e della possibilità di ricorso ad un’autorità giudiziaria che abbia il potere di decidere tempestivamente sulla legalità della detenzione e che possa ordinare il rilascio, se vi sono gli estremi.United Nations Commission on Human Rights, Report of the Working Group on Arbitrary Detention, E/CN.4/2000/4, 28 dicembre 1999, Annex II, Deliberation No. 5, “Situation Regarding Immigrants and Asylum Seekers,” http://www.unhchr.ch/Huridocda/Huridoca.nsf/0811fcbd0b9f6bd58025667300306dea/39bc3afe4eb9c8b480256890003e77c2?OpenDocument#annexII (consultato il 6 marzo 2006).

[189]Ibid.

[190]I centri di detenzion in Libia comprendono: Misurata, Zleitan, Al-Zawiya, Garabulli, Surman, Towisha, Zuwara, Kufra, Ganfuda (Benghazi), Al-Qatrun, Agedabia, Sirte, Sabratha, and Beni Ulid.  Abbiamo spesso sentito menzionare Sabratha and Jawazat (che compaiono in questo capitolo), and Bin Gashir.

[191]Intervista di Human Rights Watch (nome modificato, B/H32), Malta, 4 maggio 2009.

[192]Intervista di Human Rights Watch (nome modificato, B27), Malta, caserma Lyster, 4 maggio 2009.

[193]Intervista di Human Rights Watch (nome modificato, B37), Caltanissetta, Sicilia, 8 maggio 2009.

[194] Intervista di Human Rights Watch (nome modificato, B13), Malta, 3 maggio 2009.

[195] Intervista di Human Rights Watch (nome modificato, B/H32), Malta, 4 maggio 2009.

[196]Intervista di Human Rights Watch (nome modificato, B64), Roma, 19 maggio 2009.

[197]Intervista di Human Rights Watch (nome modificato, B62), Roma, 19 maggio 2009.

[198]Intervista di Human Rights Watch (nome modificato, B63), Roma, 19 maggio 2009.

[199]Intervista di Human Rights Watch (nome modificato, R/L5), Caltanissetta, Sicilia, 28 ottobre 2008.

[200]Intervista di Human Rights Watch (nome modificato, B/H1), Malta, 1° maggio 2009. Al contrario, altri due ex-detenuti di Jawazat hanno riportato di percosse sulla pianta del piede. La testimonianza di Tomas, nella pagina seguente, riporta delle percosse sulla pianta del piede. Un’altra fonte, Fortress Europe, riporta la testimonianza di un ex-detenuto di Jawazat: “Una delle pratiche in uso in questa prigione è quella di colpi di manganello sulla pianta del piede, un punto particolarmente sensibile al dolore”.“Escape from Tripoli: Report on the Conditions of Migrants in Transit in Libya,” Fortress Europe, 25 ottobre 2007, p. 18.

[201]Intervista di Human Rights Watch (nome modificato, B68), Rome, 20 maggio 2009. La trascrizione completa si può trovare su: https://admin.hrw.org/en/news/2009/06/08/full-transcript-statement-tomas-24-year-old-eritrean.

[202]Intervista di Human Rights Watch (nome modificato, B37), Caltanissetta, Sicilia, 8 maggio 2009.

[203]Intervista di Human Rights Watch (nome modificato, B58), Lampedusa, 14 maggio 2009.

[204]E-mail di Unhcr ad Human Rights Watch, 12 Agosto 2009.

[205] Vedi Intercettamenti maltesi e libici precedenti al maggio 2009.

[206] Intervista di Human Rights Watch (nome modificato, B/H54), Palermo, Sicilia 13 maggio 2009. il racconto di Daniel sul suo trasferimento al confine per la deportazione continua nella sezione Abbandoni nel deserto.

[207] Intervista di Human Rights Watch (nome modificato, B/H1), Malta 1° maggio 2009.

[208] Intervista di Human Rights Watch (nome modificato, B39), Caltanissetta, Sicilia, 8 maggio 2009.

[209] Intervista di Human Rights Watch (nome modificato, H21), Malta, caserma Lyster, 4 maggio 2009.

[210] Intervista di Human Rights Watch (nome modificato, R/L1), Roma, 23 ottobre 2008.

[211] “Libya: Inside the Immigrants’ Detention Center of Misrata,” Fortress Europe, 20 novembre 2008, http://fortresseurope.blogspot.com/2006/01/libya-reportage-from-refugees-detention.html (consultato il 15 luglio 2009).

[212] Intervista di Human Rights Watch (nome modificato, H25), Agrigento, Sicilia,  6 maggio 2008.

[213] Intervista di Human Rights Watch interview (nome modificato, B10), Nuovo centro di detenzione di Ta’Kandja, Malta, 2 maggio 2009

[214] Intervista di Human Rights Watch (nome modificato, B/H32), Malta, 4 maggio 2009.

[215] Intervista di Human Rights Watch (nome modificato, B68), Roma, 20 maggio 2009.

[216] Intervista di Human Rights Watch (nome modificato, B/32), Malta, 4 maggio 2009.

[217] Intervista di Human Rights Watch (nome modificato, H92), Ganfuda, 11 agosto 2009.

[218] Ibid.

[219] “Libya Denies Somali Prisoners Killed in Jailbreak,” VOA News, 11 agosto 2009.

[220] “Libya: Prison Guards Kill More Than 20 Somalis, Injure 50 Others,” Mareeg, 11 agosto, 2009, http://www.mareeg.com/fidsan.php?sid=13298&tirsan=3(consultato il 12 agosto 2009).