I Paesi ospitanti devono cessare di rimpatriare con la forza i rifugiati eritrei
April 16, 2009
Il governo dell’Eritrea sta trasformando il Paese in una gigantesca prigione.
Georgette Gagnon, direttrice della divisione Africa presso Human Rights Watch

(Londra) - L'ampio uso di detenzione e tortura dell'Eritrea a danno dei suoi cittadini e la politica di prolungata leva obbligatoria stanno determinando una crisi dei diritti umani e inducendo un numero crescente di eritrei a scappare dal Paese. È quanto afferma Human Rights Watch in un rapporto uscito oggi.

Il rapporto di 95 pagine "Service for Life: State Repression and Indefinite Conscription in Eritrea" documenta gravi violazioni dei diritti umani da parte del governo eritreo, tra le quali arresti arbitrari, tortura, terrificanti condizioni detentive, lavoro forzato e severe restrizioni alle libertà di movimento, di espressione e di culto. Il rapporto analizza inoltre la difficile situazione affrontata dagli eritrei che riescono a fuggire in altri Paesi come Libia, Sudan, Egitto ed Italia.

"Il governo dell'Eritrea sta trasformando il Paese in una gigantesca prigione," afferma Georgette Gagnon, direttrice della divisione Africa presso Human Rights Watch. "L'Eritrea dovrebbe rendere conto immediatamente delle centinaia di detenuti ‘scomparsi' e consentire un esame indipendente delle sue prigioni."

Human Rights Watch ha fatto appello agli Stati Uniti e all'Unione Europea affinché si coordino con le Nazioni Unite e l'Unione Africana per risolvere le tensioni regionali ed assicurare che gli aiuti all'Eritrea per lo sviluppo vadano di pari passo con progressi sui diritti umani.

L'UE ha recentemente approvato un pacchetto di assistenza di 122 milioni di euro per l'Eritrea nonostante la preoccupazione che progetti di sviluppo nel Paese vengano realizzati per mezzo di lavoro coscritto o forzato in violazione del diritto internazionale.

Il rapporto, basato su più di 50 interviste a vittime eritree e testimoni oculari di abusi in tre Paesi, descrive come il governo eritreo usi un vasto apparato di strutture detentive, ufficiali e segrete per incarcerare migliaia di cittadini senza capi di imputazione o processo. Molti dei prigionieri sono detenuti per le loro convinzioni politiche o religiose, altri per aver tentato di sottrarsi alla leva militare a tempo indeterminato o di scappare dal Paese.

Tortura, trattamento crudele e degradante e lavoro forzato sono la norma per i coscritti così come per i detenuti. Le condizioni carcerarie sono terrificanti: i detenuti vengono generalmente tenuti in celle sovraffollate, talora sotterranee o in container che raggiungono temperature ustionanti di giorno e gelide di notte.

Chi cerca di scappare rischia rigide punizioni e la possibilità di vedersi aprire il fuoco contro qualora tenti di attraversare il confine. Il governo punisce anche le famiglie di chi cerca di fuggire o diserta il servizio militare con multe esorbitanti o la carcerazione. Nonostante tali gravi misure, migliaia di eritrei stanno tentando di scappare dal loro Paese.

La maggior parte dei rifugiati scappa prima verso l'Etiopia e il Sudan, Paesi confinanti, per poi dirigersi verso Libia, Egitto ed Europa. Centinaia di eritrei sono stati rimpatriati con la forza da Libia, Egitto e Malta negli ultimi anni ed hanno trovato tortura e detenzione al loro ritorno.

Considerato il rischio di maltrattamento a cui i rimpatriati vanno incontro, l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha sconsigliato qualsiasi deportazione verso l'Eritrea, neanche di coloro ai quali è stato rifiutato asilo politico. Human Rights Watch ha lanciato un appello a tutti i Paesi che ospitano eritrei richiedenti asilo politico di non rimpatriarli con la forza, dato il rischio di tortura.

"I Paesi che ricevono rifugiati eritrei devono far sì che essi ricevano la protezione e l'assistenza di cui hanno bisogno," ha detto Gagnon. "I cittadini eritrei non si dovrebbero rinviare in alcuna circostanza in Eritrea, dove andrebbero incontro a carcerazione quasi certa o a tortura solo per essere fuggiti."

Gli Eritrei festeggiarono quando il Paese ottenne l'indipendenza dall'Etiopia nel 1993, dopo una sanguinosa guerra durata 30 anni. Ma il governo del presidente Isayas Afewerki, che ha condotto l'Eritrea attraverso buona parte della sua straordinaria lotta per l'indipendenza, ha costantemente ridotto le libertà democratiche, in particolare a partire da una stretta repressiva del 2001 contro l'opposizione e i media.

L'Eritrea sostiene che la sua prolungata mobilitazione di massa è giustificata da preoccupazioni per la sicurezza determinate da un conflitto di confine con l'Etiopia durato due anni e che è costato decine di migliaia di vite dal 1998 al 2000. Il governo dà spesso la colpa agli Stati Uniti, alle Nazioni Unite e ad alcuni stati africani per l'attuale impasse politica, sostenendo che essi non sono riusciti a fare pressioni sull'Etiopia affinché mettesse in atto la decisione sulla demarcazione dei confini fatta da una commissione indipendente dell'ONU, la quale aveva assegnato un'area contestata all'Eritrea.

L'Eritrea, in una fase o in un'altra, ha avuto relazioni tese o scontri militari con tutti i suoi vicini e lo stallo politico tra Eritrea ed Etiopia ha contribuito all'instabilità regionale. Ciascun governo ha sostenuto gruppi d'opposizione armata contro l'altro e il sostegno dell'Eritrea a gruppi islamici militanti in Somalia ha esacerbato il conflitto in tale Paese.

"La crisi dei diritti umani in Eritrea va peggiorando e sta rendendo la situazione nel Corno d'Africa sempre più volatile" afferma Gagnon. "I governi di Stati Uniti, dell'Europa, e di altri Paesi devono coordinare le proprie politiche nel Corno d'Africa per disinnescare le tensioni regionali e far sì che il progresso in fatto di diritti umani sia una condizione essenziale da porre nei rapporti con l'Eritrea."

Selezione di testimonianze di rifugiati eritrei

"Ho sacrificato la mia vita per la prosperità, lo sviluppo e la libertà del mio Paese, ma si è verificato il contrario di tutto ciò... non abbiamo sacrificato le vite di 65.000 martiri per questo!"

- Un anziano che ha combattuto con il Fronte di Liberazione Popolare Eritreo (EPLF) nella lotta per la liberazione

"Va bene fare il servizio militare, è giusto servire il proprio Paese, ma non sempre. Non è giusto quando cio' avviene a tempo indeterminato."

- Un giovane recentemente scappato dal servizio militare

"Se qualcuno viene sospettato di fuga allora viene legato - solo le mani, o mani e piedi, o ferro [con manette d'acciaio]. ... Sono singoli individui a decidere quale sia la punizione da infliggere, non c'è legge. Non hanno compiuto alcun reato ma [la gente viene punita perchè] detesta l'esercito o fare il soldato. Quella è la ragione principale. Perchè tutti in Eritrea detestano far parte dell'esercito."

- Ex-ufficiale che ha spiegato come coloro che sono sospettati di tentativo di fuga dall'esercito vengano torturati

"Prima fai l'addestramento e poi ti trattengono indefinitamente privandoti dei tuoi diritti. I superiori dell'esercito possono esigere qualunque cosa e se rifiuti di obbedire puoi venir punito. Quasi tutte le donne nell'esercito vivono questo tipo di problema."

- Una donna recluta coscritta nell'esercito per 10 anni e che ha ripetutamente subito molestie sessuali

"A Dahlak non c'è limite di tempo, si aspettano due cose: che qualcuno venga a trasferirti o ad ucciderti. Quando ho lasciato Dahlak pesavo 44 chili. La mia emoglobina era praticamente inesistente. Avevo bisogno di un bastone per camminare. Vivevamo sottoterra, la temperatura era di 44°C; era incredibile. Non ci sono parole per esprimere la disumanità."

- Ex-detenuto politico recluso sull'isola di Dhalak nel mar Rosso

"Se uno degli uomini scappa, allora devi andare a cercarlo a casa sua. Se non lo trovi, devi arrestare la sua famiglia e portarla in prigione. Dal 1998, è diventata una prassi prendere un parente se qualcuno scappa. L'amministrazione dà ordine di prendere un familiare se il membro dell'esercito non si trova. Se questi scompare all'interno del Paese, allora la famiglia viene messa in prigione e spesso il figlio tornerà. Se invece attraversa il confine, allora [la famiglia] paga 50.000 nafka [2.300 euro]. Se non ci sono i soldi allora il tempo in prigione può essere lungo. So di gente rimasta in prigione per sei mesi."

- Agente incaricato di rastrellare disertori dell'esercito